Sono passati sei anni da Rift, il thriller psicologico di Erlingur Thoroddsen in cui i protagonisti venivano tormentati da una relazione tossica e alla deriva. Oggi il regista islandese torna sugli schermi a raccontarci il tormento con The Piper, horror distribuito da Vertice360, che approda al cinema dal 18 gennaio.

Thoroddsen, questa volta, si lascia ispirare dalla secolare fiaba del Il pifferaio di Hamelin per tirare la fila di una storia fatta di ambizione, coraggio e ossessione per la musica.
La rivisitazione di un classico racconto risalente alla Germania del Trecento è la colonna portante di un film che da un lato incuriosisce, ma dall’altro ti entusiasma poco.

Mel (Charlotte Hope) è una giovane flautista che cerca disperatamente di attirare l’attenzione del suo direttore d’orchestra Gustafson (Julian Sands), con la speranza di dare una sferzata alla sua carriera e di mostrare il suo grado di bravura. Gustafson decide così di offrire a Mel l’opportunità di terminare la partitura incompiuta della sua defunta insegnante Kathrine.

Ignara di ciò che l’aspetta, Mel fa di tutto per venire in possesso degli spartiti fino a introdursi di soppiatto nella casa di Kathrine. Convinta di poter onorare la memoria del suo mentore, Mel inizia a lavorare allo spartito, scoprendo ben presto il maligno che si cela dietro quelle note.
Da questo momento viene risvegliata una nefasta forza, un demone che distruggerà e tormenterà chiunque ascolterà quella musica maledetta.

The Piper è la trasposizione in chiave horror di un classico della letteratura popolare. Una scelta – questa – che porta ad alzare le aspettative di uno spettatore curioso e amante del genere.
La scelta in questione è sicuramente accattivante, ma non è una novità assoluta se pensiamo che nel 2011 la regista e sceneggiatrice Catherine Hardwicke si era lasciata ispirare dalla fiaba di Cappuccetto Rosso per ideare il suo horror dal titolo Cappuccetto rosso sangue.
Nel caso del film di Thoroddsen non siamo di fronte alla reinvenzione totale di una storia, ma c’è da dire che scegliere la leggenda del pifferaio si rivela un’ottima base da cui partire per creare un film che si discosti dal solito horror.

The Piper ci racconta l’avventura di Mel inserendola all’interno di un’atmosfera ansiogena e giocando con una fotografia dai toni cupi. Scene come quella che avviene nella casa di Kathrine ne è l’esempio perfetto: la luce rossa intensa del un tramonto preannuncia l’arrivo di una temibile presenza e offre una certa suggestione visiva.

The Piper gioca molto sui meccanismi della suspense per generare tensione adoperando dei continui Jumpscare, che destano un certo coinvolgimento dello spettatore. Ciò risulta azzeccato per tutta la prima parte del film, ma già nella seconda parte si nota una certa monotonia e prevedibilità.

L’uso della componente soprannaturale, pur essendo qualcosa di già visto, funziona abbastanza bene e risulta essere un escamotage narrativo per inquietare e attirare l’attenzione sulla storia (se si pensa anche alla ibridazione con una fiaba della tradizione popolare).

In The Piper la musica è un elemento di suggestione primario e costante, oltre che un mezzo di persuasione per tutti i personaggi che si imbattono nella melodia.
Ognuno di essi inizia a soffrire a causa della musica del pifferaio e ogni bambino viene ipnotizzato esattamente come accade nella fiaba.

Tra melodie più o meno movimentate si inserisce l’ottima interpretazione di Charlotte Hope (La teoria del tutto, The Nun) e quella memorabile di Julian Sands (Camera con vista, Vatel, Millennium – Uomini che odiano le donne) scomparso nel gennaio dello scorso anno.

The Piper porta avanti una poco brillante fiaba in versione horror. Il tentativo di condurci in una dimensione nera e paurosa, però ci ricorda che ciò che dobbiamo temere è ciò che si ascolta e non si vede… come accade nel mondo delle favole.