Prima regola per qualsiasi sceneggiatore o regista (ma anche di qualsivoglia bravo narratore): un inizio potente, capace di catturare l’attenzione e l’immaginazione dello spettatore, decreterà metà del successo di un film.
Seconda regola: presentare in maniera accattivante il personaggio protagonista ne decreterà l’immediata fascinosa iconicità.

Se l’esempio de I predatori dell’arca perduta e del suo indimenticabile Indy può risultare chiarificatore, anche Quentin Tarantino sembra maestro nella costruzione dei primissimi minuti delle sue opere; e, infatti, accanto ai leggendari dialoghi de Le Iene e Pulp Fiction, o al martorizzato volto di Uma Thurman in Kill Bill, di certo non sfigurerebbe la sequenza di apertura di Bastardi senza gloria.

Così indelebile è il momento in cui il colonnello Hans Landa (non c’è altro da aggiungere sull’interpretazione magistrale di Waltz) irrompe nella casa di un fattore francese che nasconde una famiglia di ebrei sotto il pavimento dell’abitazione. Altrettanto indelebile è l’interrogatorio di quel sadico ufficiale tedesco che incede in un crescendo di sfibrante tensione e culmina quando viene pronunciato il nome di Shosanna (Mélanie Laurent): la macchina da presa, discendendo lentamente dal banco della discussione nel sottosuolo, ci presenta spettralmente, in sottrazione a compensare l’eccedenza del persecutore, il volto della protagonista. Carneficina, la ragazza, unica superstite, fugge, “au revoir Shosanna!” e già è Storia.

L’ucronia di Bastardi senza gloria è arcinota: tutti vogliono (giustamente) uccidere i nazisti e Hitler. Da un lato ci sono i “bastardi”, criminali ebrei, americani e tedeschi riunitisi sotto il tenente Aldo Raine (Pitt), che trucidano e torturano i tedeschi nella Francia occupata; dall’altro, c’è Shosanna Dreyfus che, scampata all’agguato di Landa, eredita un cinema a Parigi. Qui, durante la première di un film di propaganda nazista in cui è presente lo Stato Maggiore del regime, convergono i diversi tentativi di porre fine al Terzo Reich.

Aldo l’Apache, l’Orso Ebreo (Eli Roth), Hans Landa, sì, tutti personaggi fumettisticamente indimenticabili, ma altrettanto lo è la troppo spesso accantonata Shosanna, una final girl in un revange movie che raccoglie il testimone de la Sposa di Kill Bill e, se possibile, lo declina in maniera ancor più pop calandosi nella brutale occupazione nazista.

Uscendo dal sottosuolo crivellato dai proiettili di Landa e, da qui, risorta dagli inferi mortiferi, infatti, la ragazza diviene un angelo sterminatore, bello e terribile, che discende di rosso sangue vestita per impartire il giudizio divino.

Nel film le vittime, i perseguitati, facendosi carnefici, trovano nella sala cinematografica l’ultimo campo di scontro e lo strumento di vendetta definitivo: il film tedesco, arma di propaganda del regime, diviene arma con cui quest’ultimo perirà grazie a un “ordigno” di celluloide preparato da Shosanna.

Dunque, Bastardi senza gloria sembra la massima espressione della potenza del cinema, che se nella narrazione diviene pietra tombale dei nazisti, extradiegeticamente torna a essere il luogo dei sogni dove tutto può accadere e dove Tarantino può revisionare la deflagrazione della piaga del Reich in un tripudio di catartica violenza.

Postilla

Chissà cosa avrebbe fatto oggi Tarantino in Bastardi senza gloria. Oggi che i ratti nazi-fascisti non si nascondono più vigliaccamente (e quindi non ci sarebbe più bisogno della svastica incisa da Aldo l’Apache sulla fronte per impedire che rinneghino il loro passato), ma sono tornati a squittire alla faccia del sole.