Affrontiamo subito l’elefante nella stanza; che dico, ci sono dentro Dumbo e tutto il circo: sì, nell’ennesimo live-action, questa volta dedicato alla prima principessa targata Disney, Biancaneve è interpretata dalla (talentuosissima) attrice di origini colombiane Rachel Zegler; sì, Gal Gadot ha polarizzato gli animi esprimendo pubblicamente sostegno a Israele dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre e no, anche in conseguenza delle accuse provenienti dalla comunità di persone affette da nanismo, i sette nani (che scompaiono anche dal titolo) non ci sono, sostituiti da esseri magici creati in CGI.

Accantonati i rigurgiti woke e i contro-rigurgiti anti-woke che hanno tempestato una claudicante campagna promozionale, si può finalmente focalizzare l’attenzione sulla pellicola che, in uscita il 20 aprile nelle sale, riporta sul grande schermo il capolavoro del 1937 sotto la regia di Marc Webb (a cui dopo The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di Electro inspiegabilmente affidano ancora personaggi iconici).

Nella rivisitazione di Biancaneve, l’ancor più dolce, gentile, ma ora anche giusta, decisa e perseverante principessa, rimasta orfana di madre e con il padre disperso, convive con la perfida matrigna reggente Grimilde (Gal Gadot, che René Ferretti saprebbe come apostrofare anche in questa interpretazione). Come è noto la regina, il cui unico valore al contrario della giovane è la bellezza, perseguita e commissiona l’uccisione della ragazza quando le viene rivelato dallo Specchio Magico di aver perso a causa sua il primato di “donna più bella del reame”. Fuggendo, dunque, Biancaneve trova rifugio nella casa di sette magici minatori e nella combriccola di furfanti ribelli capeggiati da Jonathan (Andrew Burnap).

Il rivoluzionario prodigio di tecnica del cartone animato di Walt Disney (che ancora oggi conserva un fascino ancestrale), sostituito da costumi carnevaleschi e animazioni digitali, diviene qui la sua baudrillianamente iperreale rappresentazione, simile a due ore trascorse a Dinseyland. Persino la (con)fusione tra reale e finzionale, però, finisce per dissolversi quando entrano in scena quegli orrori cosmici, generatori di un irriducibile senso di uncanny valley, che rispondono ai nomi di Dotto, Brontolo, Gongolo, Pisolo, Mammolo, Eolo e Cucciolo.

Ma, d’altro canto, Biancaneve stupisce anche per alcune interessanti intuizioni, e non sto parlando della furba idea di far durare frazioni di secondi le inquadrature di Gadot e delle sette creature magiche ovviando, così, all’incapacità attoriale della prima e alla perturbante bruttezza dei secondi.

L’aggiornamento narrativo della favola, infatti, accanto a quelli pretestuosi, ha pure alcuni tocchi intelligenti e, a ben vedere, necessari nel 2025: se la protagonista ancor più angelicamente esemplare e ineccepibile annoia, la declinazione classica del principe in un più scapestrato ladruncolo funziona, con anche taluni tocchi di humor riusciti. A ciò si aggiungono diverse canzoni inedite che, grazie a un’ottima interpretazione (soprattutto) canora della Zegler, potranno incantare non solo i più giovani.

Quanto nevrotico rumore bianco che si alimenta attorno ad alcuni progetti cinematografici, polarizzandone futilmente e aprioristicamente il discorso. Il live-action Biancaneve, come diversi remake Disney prima di lui, porta con sé ben poco dell’ammodernamento sbandierato, denunciando piuttosto il bisogno economico e legale di sfruttare un brand i cui diritti sembravano in imminente scadenza. Le consuete dinamiche industriali non stupiscono, mentre sarebbe ben più interessante condurre degli studi sociologici sulle polemiche che vi si generano attorno.