Al tempo attuale, Biancaneve con Rachel Zegler e Gal Gadot è passato nelle sale e, al di là di polemiche sterili su eventuali colori della pelle, i live action sono gioia e dolore da sempre, non solo quelli Disney. Ma una cosa è certa: rimane sempre interessante come vengono manovrate le storie dei classici per essere adattate a fruizioni più consapevoli.

Detto ciò, le Principesse Disney sono icone dell’animazione nel bene e nel male, ma come sono state rifatte le eredità di questi personaggi, per essere incorniciate nella dimensione del reale e, possibilmente, diventare nuovi modelli di riferimento? 

Non c’è una risposta univoca che fuoriesce da questa ossessione della Disney nel rifare i loro classici animati in film live-action: sicuramente, è presente un’attenzione maggiore alla narrazione che si fa dei ruoli di genere, ma allo stesso tempo, spesso, non si centra il punto della questione. L’importanza della storia viene meno nella speranza di costruire una principessa-eroina che possa conciliare marketing e nostalgici.

La verità è che la rappresentazione non sta solo nel personaggio e nel suo archetipo di appartenenza, ma anche nei fatti, nelle reazioni che ha e, in generale, in ciò che succede nel racconto. E tra i vari remake, ci sono principesse che ne escono meglio di altre.

Mulan (2020): guerriera tra le principesse 

Mulan di Niki Caro è l’adattamento live-action Disney più controverso, perché si discosta molto dal classico animato, rimuovendo gran parte degli elementi fantasy e rinunciando alle canzoni tanto amate da quasi 30 anni. Il risultato è un film che vuole essere serioso, ma che non si può permettere una certa autorialitá. 

L’originale del ‘98 si affacciava in un periodo di forte movimento femminista e presentava Mulan come una giovane donna coraggiosa che muove i passi in un mondo fatto di maschi per i maschi, dove le donne possono solo sacrificarsi. Seppure il turning point della storia gira attorno al preservare il benessere di uomo, in questo caso il padre, Mulan esprime una risolutezza nell’intraprendere questa avventura in incognito, senza mai davvero rinunciare ad essere femminile, né quando non riesce a calzare l’ideale di moglie perfetta, né quando veste i panni di un uomo. Non si tratta di rispettare le convenzioni, anzi di studiarle e rimodularle a proprio piacimento.

Mulan resta una ragazza dolce, di buoni sentimenti, intraprendente, ma mai fredda. Ed è questa la differenza più grande tra l’originale e il live action: al di là delle discrepanze di contesto, Mulan (interpretata da Yifei Liu) ha atteggiamenti considerati maschili e rinnega il mondo femminile, questo anche perché addestrata sin da piccola alle arti marziali dal padre. È a tutti gli effetti una combattente, rendendo il film il filo diretto tra Disney e Marvel. Non ci sono spalle comiche (Mushu), e non vengono approfonditi altri rapporti interpersonali. Insomma, la nuova Mulan è un robot. Non si piega al ruolo di moglie, ma non mette in discussione tali standard, anzi elogia l’universo maschile decidendo di adottare solo determinati comportamenti.

La Bella e la Bestia (2017): la principessa più basic di tutte

Uno dei casting più precisi, voluto da tutti, ma nessun “effetto wow”: il live-action de La Bella e la Bestia del 2017 diretto da Bill Condon, seppur suscitando grande attesa tra i fan per la scelta calzante di Emma Watson nel ruolo di Belle, non ha poi un granché da ridire rispetto l’originale. Tra l’altro, è da tenere in mente che questa fiaba è diventata un live action più volte nella storia del cinema, ma solo questo è la replica del classico animato.

La Belle di Emma Watson è meno vivace e più impostata e l’aspetto canoro del film si scontra con una impreparazione dell’attrice, rendendo meno emozionante la fruizione rispetto all’originale. Nello sviluppo del personaggio, difatti, non c’è niente di nuovo. 

Tra la critica c’è chi dà la colpa all’uso della CGI che non riesce a far trasparire bene l’espressività degli oggetti-umani Lumière, Tockins e Mrs. Bric, questione che con il 2D non si pone perché altamente caricaturizzati e umanizzati. Questa limitazione non renderebbe bene la connessione emotiva tra Belle e i suoi nuovi amici. Anche la relazione tra Belle e la Bestia (interpretato da Dan Stevens), secondo questa teoria, risulterebbe plastica e priva di chimica.

Sicuramente, a portare avanti il film sono gli altri personaggi come Gaston (Luke Evans) e le loro canzoni diventate iconiche nel tempo. Insomma, tra le principesse questa nuova Belle è quella “meno rifatta”, ma anche la più noiosa. 

Aladdin (2019): Jasmine non è più solo un premio

Il film Aladdin di Guy Ritchie scrittura una promettente Naomi Scott, generando un dibattito interessante: sebbene l’attrice (già pupilla Disney Channel) abbia dimostrato un notevole carisma e ottime doti canore, la sua etnia è stata oggetto di discussione. Aladdin è una storia dall’eredità araba e “sbiancare” la Principessa Jasmine, forse, è stata un’occasione mancata. Naomi Scott è biracial, con origini indiane, ma più che per il colore della pelle, sono i tratti somatici caucasici a destabilizzare chi si aspettava un casting diverso. Nel ‘92, Jasmine era la prima principessa di colore e non deve essere sottovalutato. 

Ci sono, però, delle novità in positivo: il protagonista del film resta Aladdin, eppure Jasmine non è più soltanto l’ambito premio conteso tra buoni e cattivi. Ha maggiore intraprendenza ed ambisce apertamente a diventare la prossima Sultana di Agrabah, nonostante le tradizioni e le leggi che limitano l’ascesa al Sultanato solo agli uomini. Anche il padre, pur amandola, sembra nutrire dubbi sulla sua capacità di governare, ma questo non scoraggia Jasmine. Per la Jasmine del film del 2019, ciò è inaccettabile e lo dimostra di avere una voce propria e chiare ambizioni. La pellicola evidenzia ciò in modo significativo dall’aggiunta di una nuova canzone, “Speechless”. Difatti, nella versione animata del 1992, Jasmine cantava solo in duetto con Aladdin.

Cenerentola (2015): il live action meglio riuscito della Disney

Di remake di Cenerentola ce ne sono migliaia, poiché la storia si adatta a tantissime situazioni, ma il migliore è senza dubbio il live action del classico del 1950 di Kenneth Branagh. Questo live action non cerca di reinventare il film d’animazione, anzi, lo rianima introducendo alcune scene per rendere più completa la storia.
Lily James interpreta Cenerentola, simbolo assoluto della Principessa Disney, ovvero una giovane donna pura di cuore, altruista ed eterea. Fin qui potrebbe risultare un personaggio stucchevole, ma in realtà non si tratta che di un omaggio affettuoso ad uno dei personaggi più venerati della Disney.

La fiaba di Cenerentola è una storia elementare, cui punto di forza è proprio quello di essere un racconto basilare efficace che permette di esplorare diversi temi. Ad esempio, questa rinnovata Ella (questo è il nome della futura principessa) è più vicina allo spettatore, poiché mostra come fosse con i suoi genitori e il dolore per averli persi, aspetti emotivi importanti che nel classico Disney erano stati tralasciati.

Inoltre la storia d’amore, cruciale per lo sviluppo del film, è molto meno estemporaneo e superficiale: il Principe (interpretato da Richard Madden), innanzitutto ha un nome – ovvero Kit – e dimostra che ci sia vera chimica tra lui e la protagonista, non fissandosi troppo sulla questione della scarpetta  è un vero personaggio in questo film, ed è un perfetto match per Ella. Si sfidano a vicenda, ma condividono valori fondamentali ed è commovente vedere come Kit sia così attratto dalla sua bontà. 

Ella, in questo film, splende anche per la contrapposizione alla sua matrigna Lady Tremaine (interpretata da Cate Blanchett): nel film c’è un piccolo sguardo sul perché la matrigna sia così crudele, umanizzando ma senza cercare di renderla simpatica. Ha le sue ragioni, ma rimane un personaggio egoista e univoco, una villain che Ella supera proprio per ciò in cui crede, ossia essere una persona buona che non vuole arrecare mai dolore gratuitamente.
Casting azzeccato per l’immaginario collettivo, ma non per questo il successo del film era scontato. Uno dei rari casi in cui la sceneggiatura, senza stravolgere troppo, riesce ad arricchire la storia originale.

La Sirenetta (2023): tra le più chiacchierate delle Principesse in carne ed ossa

La Sirenetta è un film cruciale per la Disney, perché nel 1989 inaugura la fase che verrà chiamata “Rinascimento Disney”, periodo di ripresa dai vari flop al botteghino. Ariel, dunque, è una figura fondamentale per la casa di produzione. 

Inutile a dirsi, il live action del 2023 diretto e co-prodotto da Rob Marshall, fa parlare di sé ben due/tre anni prima per via dell’annuncio dell’attrice protagonista. Halle Bailey è una talentuosa attrice e cantante afroamericana, dunque Ariel non ha più la pelle d’avorio e i nostalgici impazziscono. Da tenere bene in mente che le sirene, al momento, non esistono e che potrebbero essere di ogni colore per quel che ci riguarda. Eppure, si sa, sia mai che delle minoranze vengano rappresentate nei media in prodotti per le nuove generazioni, e non di certo per trentenni.

Comunque, questa nuova principessa acquatica ha i tratti del viso eterei ma particolari e il suo canto si avvicina moltissimo all’originale voce di Ariel, quella di Jodi Benson. 

La protagonista ora è più intraprendente, meno passiva nelle sue decisioni, temeraria e tutto questo non intacca affatto la magia di questa fiaba. Al centro della storia c’è il desiderio di Ariel di appartenere ad un mondo diverso dal suo. Tale Indole la lega a doppio filo con il Principe Eric (interpretato da Jonah Hauer-King), che ha questa stessa volontà in un contesto diverso.

La storia di Ariel, in questo nuovo film, risuona con l’esperienza universale del sentirsi inadeguati. A differenza del classico, che centralizza troppo Eric come obiettivo finale da raggiungere, anche più del contrastare Ursula. 

Maleficent (2014): menzione dovuta per la “bella addormentata” Aurora 

Questo live action del 2014 non ruota attorno ad una principessa, ma racconta la potente storia della Signora del Male.

Maleficent, diretto da Robert Stromberg, riformula la figura della cattiva delle storia rendendola una madre surrogata per la Principessa Aurora, trasformandola in un’eroina Disney, a differenza della strega decisamente malvagia che era in La Bella Addormentata nel Bosco del 1959.

Angelina Jolie è una magistrale Malefica, cui personaggio merita un’indagine a parte, poiché la Disney la reimmagina metaforicamente come una sopravvissuta ad un abuso sessuale, immergendosi cosí in una tematica del tutto nuova per la casa di produzione e per i suoi prodotti, che sono sempre indirizzati ad un pubblico giovane. 

Ma, in questo caso, ci interessa la Principessa Aurora, cui volto è quello di Elle Fanning. Anche qui un casting ad hoc, ma in questa storia la Principessa è molto più di un’ingenua vittima.

Aurora, nel classico del ‘59, è una spettatrice nella sua stessa storia poiché trascorre la maggior parte del tempo addormentata sotto incantesimo, in attesa di essere salvata. Tuttavia, Maleficent la rende un personaggio più dinamico e coinvolgente e, seppure non sia più la protagonista, Aurora ha una personalità interessante ed è importante nella storia di Malefica. La Principessa non è più un espediente narrativo, ma è un personaggio cui azioni e reazioni creano un rapporto madrina-figlioccia importante per lo sviluppo di entrambe le donne. 

Inoltre, in questa versione Aurora non viene salvata dal Principe Filippo con un “bacio d’amore vero”, ma dal bacio affettuoso di Malefica sulla fronte, decentralizzando totalmente la relazione romantica uomo-donna e dando molta più importanza ai legami familiari, quelli di amicizia e di sorellanza, dove le donne dimostrano di poter essere molto più di principesse da salvare dal primo uomo che capita.