Prima dei Pokemon e degli anime, persino prima dei videogiochi e di Astro Boy, l’istrionica cultura pop giapponese è stata traghettata oltreoceano, e dopo il vaglio americano diffusasi anche in tutto l’occidente, sulle squame di Gojira. Meglio conosciuto come Godzilla, il mostrosauro della Toho con all’attivo trentasei lungometraggi nipponici, cinque statunitensi, un merchandising transmediale sterminato e una statua che giganteggia sullo skyline di Tokyo, è diventato sempre più un’icona globale nonostante la sua origine sia tanto inscindibile dalla traumatica storia del suo popolo.

Era il 1954 quando nelle strade di Tokyo risuonavano dai giradischi ancora le calde melodie di Tokyo Kid, Rashomon aveva appena dischiuso le porte del Sol Levante con il Leone d’Oro a Venezia e i variopinti colori dei kimono erano squarciati da una gioventù che preferiva le camicette infiocchettate alla Audrey Hepburn; l’eccezionale fermento culturale, tra americanizzazione e tradizione, ribolliva nelle nascenti subculture mentre l’occupazione a stelle e strisce, ancora un fresco ricordo dopo il Trattato di San Francisco, aveva cementato un’alleanza inaugurata con il sostegno alla Guerra in Corea.
Dalle rovinose macerie del secondo conflitto mondiale il miracolo economico del dopoguerra stava mutando per sempre una società giapponese che, inserendosi nell’orbita del capitalismo americano, iniziava a conoscere un benessere e un avanzamento tecnologico senza precedenti. È in questa temperie che nelle stanze della casa di produzione Toho Tomoyuki Tanaka decide di assoldare lo scrittore di fantascienza Shigeru Kayama per sceneggiare un film che cerchi di replicare la fortuna economica del King Kong di Cooper e Schoedsack, aprendo possibilmente anche a una sua distribuzione in America.
Viene chiamato Ishirō Honda alla regia, agli effetti speciali l’ingegnoso Eiji Tsuburaya e il giovane mimo Haruo Nakajima per vestire la pelle di gomma di Godzilla, il mostro che emergerà dai mari per terrorizzare e radere al suolo Tokyo. Fin dal suo esordio, la creatura, portatrice di una cieca distruzione a causa non solo della sue gigantesche proporzioni, ma anche del suo raggio atomico, sembra essere un dinosauro sopravvissuto nei meandri dell’Oceano Pacifico la cui natura, però, è stata irrimediabilmente mutata dall’esposizione alle radiazioni della bomba atomica.

Quasi dischiusosi dall’ordigno nucleare, il mostro è dunque il prodotto dell’era atomica, di quel serpeggiante terrore per la mutua distruzione degli anni della Guerra Fredda, ma ancor prima (e soprattuto) è il ricordo dei funghi mortiferi che si sono elevati per migliaia di metri sui cieli di Hiroshima e Nagasaki, impartendo quello che sembrava un giudizio e una condanna sovrumani, ultraterreni, divini.
Nel 1954, durante gli anni nevralgici dei test atomici, Godzilla si fa così portare più profondo di una consapevolezza storica del trauma bellico giapponese, divenendo portavoce critico della corsa agli armamenti nucleari. Nel 1954, però, Godzilla è anche uno dei più grandi successi commerciali della nazione, venendo esportato solo due anni dopo anche in America con un subdolo rimontaggio che ne attenuasse la componente politica. Blockbuster e film di denuncia, americanismo e rivendicazione culturale, tale dicotomia, su cui è inscritta la genesi della creatura, sarà anche il doppio vettore all’interno del quale si muoverà il longevo franchise.

Godzilla, il re dei mostri
Insieme al significativo precedente di King Kong, Godzilla di Ishirō Honda inaugura l’affascinante cinematografia dei kaijū eiga (film di mostri giganti) i quali, fin dal secondo capitolo intitolato Il re dei mostri di Motoyoshi Oda, imprimono sulla celluloide i mirabolanti scontri di creature mastodontiche provenienti dai confini più reconditi della Terra, dallo spazio più profondo o dai laboratori di scienziati megalomani.
Fanno così la comparsa anche sugli scaffali dei negozi di giocattoli esseri bestiali quali la falena Mothra e la tartaruga Gamera, più temibili avversari come Rodan, Mechagodzilla e soprattutto King Ghidorah, oppure altri ancora più assurdi come il mostro dell’inquinamento Hedorah e Minira, il bislacco figlio di Godzilla.

Questi film, omaggiati strepitosamente in occidente anche da Guillermo del Toro con Pacific Rim, riflettono un gusto tutto giapponese, eccentrico e parossistico, in cui i giganteschi mostri si affrontano in coreografie che non sfigurerebbero neanche nel wrestling. Ma lo spettacolare calcio in volo di Godzilla – Furia di mostri di Yoshimitsu Banno non risulta troppo più fantasioso rispetto agli scontri, altrettanto eccentrici, dei rifacimenti americani del MonsterVerse.

Infatti, fatta eccezione per l’ottimo esordio di Gareth Edwards che nel 2014 ha confezionato un sobrio remake del Godzilla del 1954, soprattutto nel crossover con King Kong i blockbuster targati Legendary Pictures hanno saputo far sfoggio di eccentricità (leggasi tamarragine), facendo, ad esempio, cavalcare il lucertolone dallo scimmione in una sorta di bromance inaspettata.

Nota di colore a margine: anche l’Italia può vantare un piccolo contributo alla carnevalesca avventura cinematografica di Gojira, avendo tradotto alcuni titoli della saga con estro impareggiabile. Così, se Il contrattacco di Mechagodzilla (traduzione letterale dal giapponese) diviene Distruggete Kong! La Terra è in pericolo (giocando furbescamente sul nome del kaijū Titano-Kong, che sembra però riferirsi al ben più noto gorilla), Mothra vs. Godzilla viene tradotto con il roboante titolo Watang! Nel favoloso impero dei mostri.

Gojira, l’orrore atomico
Le quattro ere con cui si scandisce la storia del franchise della Toho, di cui l’Era Shōwa (1954-1975) ha avuto inizio con la pellicola capostipite, sono inaugurate ciascuna da un film che reinterpreta non solo il design del mostro, ma spesso anche il mito fondativo, inserendosi al crocevia tra reboot, remake e sequel dell’opera di Honda. In particolar modo Il ritorno di Godzilla di Koji Hashimoto (Era Heisei 1984–1995) e Gojira 2000 – Millennium di Takao Okawara (Era Millennium 1999–2004) si conformano come sequel diretti del film del 1954, ma se il primo riporta l’attenzione alle tematiche anti-nucleariste, il secondo si limita a riproporre la distruzione di Tokyo a opera della creatura preistorica mentre viene attaccata da Orga, un kaijū proveniente dallo spazio.

Ben più interessante è la nuova veste che ne danno Hideaki Anno e Shinji Higuchi nel 2016 in Shin Godzilla (Era Reiwa 2016-in corso). Se nel coevo reboot a stelle e strisce di Edwards, infatti, il mostro attenua la sua natura intrinsecamente connessa all’atomica privilegiando una sfumatura quasi ambientalista della creatura (una forza della natura shintoista priva di connotazioni etiche), in quello nipponico, invece, Godzilla è un orrore lovecraftiano (con una delle scene di distruzione più terrificanti dell’intero franchise) che striscia fuori dal mare mutando e disperdendo quelle radiazioni nucleari che fungono da originale aggiornamento del mito nel Giappone post-disastro di Fukushima.

Attualmente ultima opera cinematografica targata Toho, Godzilla Minus One di Takashi Yamazaki (storica prima vittoria agli Oscar di un film giapponese per i Migliori Effetti Visivi) è il primo fedele remake dell’originale del 1954 che riporta il mostro nella Tokyo devastata del secondo dopoguerra. Qui, le vicende del lucertolone mutato ancora una volta dalle esplosioni nucleari dell’operazione Crossroads e pronto a vendicarsi sulla baia della città si intrecciano con quelle del protagonista Koichi Shikishima, affetto dalla sindrome del sopravvissuto in un Sol Levante in cui anche il rifiuto al gesto estremo del seppuku è percepito come un profondo disonore.
Tragedia bellica, orrore atomico e tossici retaggi culturali si amalgamano in una delle opere più riuscite della saga, in cui si rimodella brillantemente uno dei più antichi simboli del cinema giapponese riconducendolo alle sue origini, a riflettere sul suo passato. Dunque, il grido e non il ruggito, le cicatrici come pelle arsa dal milione di gradi Celsius della bomba atomica e non scaglie di rettile, il raggio atomico quale punizione e non inspiegabile tragedia fanno di Godzilla un martire dell’arma nucleare e ordigno di distruzione di massa al tempo stesso, incarnazione del pervicace spirito nipponico e al contempo contrappasso dantesco del suo popolo.

Come il Conte Ugolino che, spinto da una fame insaziabile, cannibalizza il cranio dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini nell’Inferno, così Godzilla nascosto tra i carnevaleschi costumi dei milioni di kaijū che ha affrontato nella sua lunga storia rimane (ed è recentemente tornato a essere) il rappresentante di un passato traumatico. Un dannato e la dannazione del Giappone, monito imperituro sulle armi atomiche.
