Correva l’anno 1933 quando i registi, sceneggiatori e produttori cinematografici Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack realizzarono quello che ancora oggi è considerato uno dei più grandi film horror della storia, meritevole non solo di aver utilizzato un sapiente mix di tecniche innovative per l’epoca, ma anche di aver dato vita a un vero e proprio immaginario collettivo che, anche a distanza di molti anni, non ha mai perso il suo smalto e la sua potenza comunicativa: King Kong.

Già, perché, di fatto, l’immagine dell’enorme gorilla che tiene in mano una fragile donna dai capelli biondi sull’Empire State Building è celeberrima anche per chi – incredibilmente! – non abbia ancora avuto modo di vedere una delle numerose pellicole dedicate all’iconico personaggio. Prima di approfondire, però, il King Kong di Cooper e Schoedsack, conviene innanzitutto fare un breve riepilogo su come la presente storia ha preso il via.

La trama di King Kong del 1933

Ci troviamo, dunque, negli Stati Uniti della Grande Depressione. Il regista Carl Denham (impersonato da Robert Armstrong) si trova in gravi difficoltà finanziarie e pertanto dedica tutte le sue energie alla ricerca di una protagonista per il suo nuovo film.
La persona giusta, a quanto pare, non è un’attrice professionista, bensì l’affascinante Ann Darrow (Fay Wray), anch’ella in difficoltà economiche e che, pertanto, accetta immediatamente di prendere parte al film. Ben presto, dunque, l’intera troupe si imbarca alla volta della misteriosa Isola del Teschio, dove, però, verrà accolta da alcuni indigeni per nulla contenti di questa inaspettata invasione.

Non trascorre molto tempo, così, prima che essi rapiscano proprio Ann, al fine di consegnarla al loro dio Kong, un enorme gorilla. La creatura, tuttavia, rimane incantato dalla biondissima donna e la terrà sotto la sua protezione. Cosa accadrà in seguito?

King Kong di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack: analisi

Per contestualizzare il periodo storico in cui King Kong è stato realizzato, bisogna fare innanzitutto una breve premessa. In seguito al crollo di Wall Street nel 1929, l’intera popolazione si sentiva come “svuotata”, pietrificata, terrorizzata anche solo dall’idea di poter intraprendere ogni qualsivoglia progetto. Ma, da che mondo è mondo, sappiamo bene che l’istinto di sopravvivenza degli esseri umani può essere incredibilmente forte.

Cosa fare, dunque, per proteggere il proprio benessere psicologico e dimenticare, anche solo per poco tempo, le brutture del quotidiano? Ed ecco che entra in gioco il nostro amato cinema, che proprio in questi anni ha visto svilupparsi tre filoni in particolare: la satira/commedia (è proprio in questo periodo che i mitici fratelli Marx hanno i loro più grandi successi), i film romantici (e qui la giunonica Mae West fa quasi da protagonista assoluta) e, non per ultimo, il genere horror, che, a differenza con la corrente espressionista europea, vedeva in spaventosi mostri che minacciavano la quotidianità un ottimo strumento in grado di esercitare un potente effetto catartico.

E così, dunque, come ben possiamo capire, la suddetta immagine del nostro King Kong con la bionda e delicata Ann rispecchia alla perfezione ciò che il pubblico in quel momento aveva bisogno di vedere. Ma sia ben chiaro: non è soltanto grazie al mood del momento che il presente lungometraggio ha avuto un così grande successo, al punto da essere considerato ancora oggi uno dei pilastri della storia del cinema.

Quello che Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack hanno realizzato, infatti, è un vero e proprio manuale di regia cinematografica, realizzando un’armonica commistione tra riprese in live action, animazione a passo uno e addirittura retroproiezioni e un copioso uso di miniature. L’effetto finale è un lungometraggio che sa rendere incredibilmente viva e pulsante ogni singola scena, perfetto esempio di come l’arte cinematografica si stesse evolvendo.

Dopo il successo del 1933, King Kong venne fatto uscire nuovamente al cinema numerose altre volte, ossia nel 1938, nel 1942, nel 1946, nel 1952 e nel 1956. Ogni volta, tuttavia, la pellicola fu pesantemente censurata, al punto che per molto tempo si credette che le scene tagliate fossero andate definitivamente perse.

Fortunatamente, così non è stato, e nel 1969 è stata rinvenuta un’ulteriore copia del film che conteneva tutte le scene originali. Dopo un lungo processo di restauro, dunque, possiamo godere ancora oggi di questo piccolo, grande gioiello che ha dato vita a un personaggio a dir poco leggendario. Naturalmente, come ben sappiamo, di King Kong sono stati realizzati numerosi sequel, remake, fumetti e chi più ne ha più ne metta. Ma questa, naturalmente, è un’altra storia (che trovate in altri di articoli di Cabiria Magazine).