Il sogno di Charlot, meglio conosciuto con il titolo originale His Prehistoric Past, è una commedia muta di Charlie Chaplin della durata di 22 minuti. Oggi può essere considerato davvero “preistorico” visto che ha già superato i centoundici anni dalla realizzazione!

Mentre la California accoglieva il mitico Chaplin, in Italia e Tunisia prendeva forma Cabiria, il grande successo firmato da Giovanni Pastrone. Il 1914 si rivela così un anno cruciale per la storia del cinema, segnando importanti sviluppi su entrambe le sponde dell’Atlantico.

L’Italia e la Francia, negli anni precedenti allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, dominavano la scena cinematografica. Lo stesso Charlie Chaplin considerò suo maestro il francese Gabriel-Maximilien Leuvielle, meglio conosciuto con il nome d’arte Max Linder. A lui inviò una fotografia autografata con scritto: «A Max, il Professore, dal suo discepolo, Charlie Chaplin». Un’amicizia e un sodalizio che durò a lungo
La fascinazione per il primitivo
Nell’età della pietra, il re di Wakiki Beach (interpretato da Mack Swain), siede circondato dalle sue mogli mentre si intrattengono grazie a un uomo che danza. Charlot arriva in questo mondo con la sua bombetta e il suo bastone, ma con gli abiti preistorici di pelliccia. Ben presto si innamora della moglie preferita del Re e cerca di corteggiarla. Allora il Re adirato vuole allontanare a tutti i costi Charlot, incalzando una goffa lotta. Alla fine chi la spunterà?
Questa fascinazione per il primitivo che porta Chaplin a produrre questo film — l’ultimo per Keystone Pictures Studio — è sia parte di un clima culturale più ampio di primo Novecento nelle arti, sia dovuto a un fatto di cronaca, un po’ come accadrà poi per La febbre dell’oro.
La scoperta nel 1912 dell’Uomo di Piltdown — i presunti resti di un uomo preistorico ancora sconosciuto, poi rivelatisi una truffa paleoantropologica — e altre scoperte preistoriche dell’epoca suscitarono un enorme interesse pubblico per le origini umane. Attenzione che si è tradotta in moltissimi film di quegli anni, come per esempio, La genesi dell’uomo di D.W. Griffith del 1912.

Nella sua autobiografia si può leggere: « Ne Il sogno di Charlot, iniziai con una gag che segnò il mio ingresso. Apparivo vestito come un uomo preistorico con una pelle d’orso e, mentre osservavo il paesaggio, iniziai a strappare peli dalla pelle per riempire la pipa. Questa fu un’idea sufficiente per lanciarci in una commedia preistorica, con amore, rivalità, combattimenti e inseguimenti. Questo era il metodo di lavoro che tutti seguivamo alla Keystone.»

Uomini delle caverne e macchine da presa: Chaplin contro Griffith
Nel volgere di appena due anni, tra il 1912 e il 1914, il cinema americano offre due visioni profondamente diverse dell’età primitiva: La genesi dell’uomo di Griffith e Il sogno di Charlot di Chaplin.
Questi film sembrano raccontare a modo loro un passato remoto e in qualche modo mitico.
Da un lato però, abbiamo Griffith che sembra costruire un racconto allegorico, quasi moralistico; dall’altro Chaplin con il suo solito modo di fare grottesco.

Griffith dà al racconto un tono quasi biblico: un vecchio saggio racconta ai giovani come gli uomini, un tempo deboli, abbiano inventato degli strumenti per difendersi dagli aggressori. È la nascita della civiltà. L’uomo preistorico sembra essere un prototipo del moderno: un ingenuo, ma capace di conquistare. Il Fresno Morning Republican, quotidiano californiano fondato da Chester Rowell e attivo dal 1876 al 1932, ha dedicato una colonna al film il 26 settembre 1912, dove si legge:
«La genesi dell’uomo è una concezione potente, un vero e proprio pensiero darwiniano. Per chiunque questo dramma dovrebbe dimostrare una vera lezione, il potere del cervello […] L’intero pezzo è meravigliosamente eseguito.»
Una connessione al darwinismo che non stupirebbe se si considerasse il titolo esteso del film: Man’s Genesis: A Psychological Comedy Founded on Darwin’s Theory of the Genesis of Man. Le teorie evoluzionistiche di Charles Darwin erano molto dibattute a inizio Novecento e il pubblico ne era affascinato. Griffith guardava ai grandi temi sia per nobilitare l’arte cinematografica, sia perché attratto dall’idea che il cinema potesse comprendere i fondamenti dell’uomo.

Di tutt’altra musica è Chaplin, che affronta il preistorico con spirito opposto. Il sogno di Charlot è buffo e anarchico. Dove Griffith sacralizza la clava, Chaplin la ridicolizza. Le dinamiche di potere sono satirizzate: il leader è pigro, il rivale caricaturale, il contesto un caos senza eroismo. Il sogno si chiude con un ritorno alla realtà, unendo passato e presente in una sfera altra.

In fondo, entrambi i film parlano del rapporto tra natura umana e società. Griffith lo interpreta come una tragedia delle origini, Chaplin come una farsa senza tempo. Se il primo cerca l’elevazione mitica, il secondo scava nella comicità e goffaggine dei nostri istinti primordiali. La preistoria è per entrambi uno specchio: serissimo e fedele per Griffith, buffo e deformante per Chaplin.
