King Kong permea la produzione cinematografica da decenni e, tra le pellicole a lui dedicate, è interessante quella del 1976. Il remake, che è diretto da John Guillermin, prodotto da Dino De Laurentiis, ed interpretato da Jeff Bridges, Charles Grodin e Jessica Lange al suo debutto, si prende di diritto un importantissimo “spot” nella storia della filmografia per gli effetti speciali animatronici di Carlo Rambaldi ed effetti di trucco e costume di Rick Baker, che contribuiscono a far vincere al film un Oscar Special Achievement Award non competitivo per i migliori effetti speciali.
Il film, un po’ italiano nella sua natura, è un prodotto ad alto budget che ha, tuttora, pareri contrastanti tra la critica, ma è innegabile il successo internazionale al botteghino tanto da ricevere poco dopo un adattamento per la televisione con ben 60 minuti extra di girato, precedentemente scartati per la distribuzione nelle sale.

C’è chi lo ama e lo odia, soprattutto per il paragone con il King Kong di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack del 1933, eppure la trama, cui sceneggiatura è curata da Lorenzo Semple Jr. e dallo stesso regista, non differisce molto dall’originale: l’ambientazione cambia dagli anni trenta agli anni settanta, e la storia inizia con Fred Wilson, dirigente della compagnia petrolifera Petrox, intento a trovare l’Isola del Teschio per prelevare i suoi presunti giacimenti di petrolio.
Con la compagnia si imbarca clandestinamente l’archeologo Jack Prescott, ma presto una tempesta colpisce la nave e Jack è rapidamente costretto a rivelarsi a Wilson e alla squadra di spedizione con cui condivide il pensiero che l’isola sia abitata da una leggendaria grande bestia. Wilson, tuttavia, accusa Jack di essere una spia per una compagnia petrolifera concorrente e lo fa arrestare. Mentre Jack viene portato via, scorge una zattera di salvataggio in lontananza con una giovane donna priva di sensi.
La donna sconosciuta si riprende, Jack rivela a Wilson di aver portato con sé la sua attrezzatura fotografica e Wilson accetta di assumerlo come fotografo ufficiale della spedizione. Jack incontra la giovane donna mentre riprende conoscenza, rivelando che il suo nome è Ann Darrow, detta Dwan.

Quando approdano sull’isola, l’equipaggio scopre di non essere i primi umani a mettere piede sull’isola e, durante la notte, degli indigeni ostili rapiscono Dwan, e la offrono al loro dio, Kong. Dwan è molto spaventata, ma il gigante gorilla si mostra affettuoso e premuroso. Successivamente Kong affronta un enorme serpente che ha tentato di attaccare Dwan, e durante lo scontro arriva Jack che riesce a fuggire con la ragazza. Kong li insegue, ma Fred lo attira in una trappola per essere trasportato negli Stati Uniti perché vuole farne la mascotte della società.
Durante la prima newyorchese dello spettacolo farsesco, che lo dovrebbe vedere protagonista, Kong si libera dalla gabbia in cui è tenuto prigioniero causando caos e morte nella metropoli, uccidendo lo stesso Fred. Jack e Dwan fuggono invano, perché Kong riesce a trovare la ragazza portandola con sé sulla cima delle Torri Gemelle. Da qui, lo scontro è inevitabile: Jack vuole catturare l’animale vivo, ma i militari optano per l’abbattimento con le mitragliatrici degli elicotteri e, nonostante Dwan faccia da scudo umano, Kong viene colpito e precipita giù.
King Kong, la recensione

De Laurentiis è il vero fautore di questo film: i cinefili lo sanno, è sempre stato un produttore che si inseriva molto nelle decisioni creative e, senza alcun dubbio, se non fosse stato per lui e per la sua voglia di sfidare e stuzzicare le maestranze del cinema, non si sarebbe potuto fare un passo avanti nella tecnologia degli effetti speciali.
Infatti, appena finisce il film, c’è la scritta che dice testualmente:
Il produttore desidera riconoscere che Kong è stato progettato e ingegnerizzato da Carlo Rambaldi, costruito da Carlo Rambaldi e Glen Robinson, con i contributi speciali di Rick Baker.
In King Kong vengono usate tecnologie animatroniche altamente avanzate per l’epoca e in particolare vengono create e maneggiate braccia e mani idrauliche giganti a grandezza naturale, disegnate da Rambaldi. Per alcune scene, è stato usato un modellino a grandezza naturale di Kong alto 14 metri.

Rispetto al film originale del 1933, il King Kong di De Laurentiis è molto più espressivo, a tratti ha un volto più tenero per via degli sguardi che fa, soprattutto quelli dedicati a Dwan. Questo grazie non solo al design della tuta di Rick Baker, ma alla sua stessa interpretazione. Storia dice che Baker crea il costume su se stesso, finendo per interpretarlo. La comodità del costume lo umanizza, tanto da non vedere mai un Kong “ingobbito” nella postura.
A De Laurentiis dobbiamo anche il debutto cinematografico di Jessica Lange, scelta al posto della Streep (è famoso l’aneddoto che vuole lo scarto dell’attrice per via del suo aspetto). Un approccio oggettivizzante e sessista, ma Jessica Lange ha interpretato abilmente una ragazza all’apparenza svampita e inerme, ma che non rimane passiva e prende delle decisioni coraggiose. A Kong arriva ad urlare “Brutto bestione antifemminista deficiente!”, per poi pentirsi per meccanismo di difesa. Dwan, per salvarsi, compiace la bestia, come ognuna di noi avrebbe fatto con qualsiasi uomo che l’avesse fatta sentire a disagio, ma tra i due nascerà comunque una complicità importante ai fini della storia, che rende il finale tragico.
A livello di sceneggiatura, l’elefante nella stanza è la rappresentazione di Kong da belva furiosa a tragico antieroe, attraverso la novità della relazione tra Kong e Dwan, che a differenza del ‘33 è molto più carica, quasi più sessualizzata. Questo accade probabilmente per le sue espressioni, o per l’erotismo della scena della cascata, ma soprattutto perché il film è un po’ il riflesso degli anni ‘70, decennio di rivoluzione sessuale.

Infatti, anche se King Kong ha tutto ciò che serve per essere definito un film d’avventura fantasy come la damigella in pericolo, il cavaliere intrepido, creature mitiche, destinazioni misteriose, scorribande, è evidente la volontà della sceneggiatura di contestualizzare il film, così da renderlo un blockbuster degli anni ’70 politicamente carico.
Non si è lontani dal ‘68, un periodo in cui le istituzioni e i grandi capitalisti non sono visti benissimo, per questo Wilson muore: in qualità di uomo gretto interessato al puro guadagno senza scrupoli, la figura è inquadrata negativamente per antonomasia.
Se nel King Kong originale tutte le parti di denuncia nei confronti dell’uomo contro la natura erano tutte lasciate nel sottotesto, in questo del ‘76 viene esternato attraverso dialoghi, espressioni del volto e anche l’ultimissima scena finale, dove tantissime persone accerchiano Kong accasciato a terra, ormai inerme, per curiosità, ma nemmeno con disgusto o con felicità o clima di festa. Non c’è un lieto fine, non è bello che Kong sia morto.
Insomma, in King Kong succedono esattamente le stesse cose del ‘33, ma qui c’è qualcuno che si dispera per il mostro, qualcuno che riconosce l’ingiustizia del suo trattamento, tanto che lo spettatore è portato a dispiacersi per Kong e la sua sorte.
Per recuperare il film in italiano, si può trovare su YouTube in buona qualità nella versione integrale.
