Brad Falchuk e Ryan Murphy erano riusciti a sorprendermi ormai quattro anni fa. Com’era sarebbe stato possibile passare da una serie scanzonata come Glee e poi scrivere il monumentale American Horror Story? Eppure lo avevano fatto, con una mossa quasi a sorpresa.

La prima stagione della serie, successivamente sottotitolata Horror House era un compendio di tutti gli stereotipi relativi ai film horror intorno a storie di fantasmi e abitazioni infestate: eccessiva, a tratti quasi parodica, ma scritta in maniera accuratissima e con un cast d’eccezione in cui spiccava Jessica Lange, più in forma che mai. American Horror Story è una serie potenzialmente dotata di grande longevità, grazie alla sua struttura antologica: ogni stagione risulta infatti autoconclusiva e racconta una determinata trama fondata su uno stereotipo sempre diverso della tradizione horror cinematografica che si esaurisce nell’arco di una decina di puntate o poco più; l’unico filo conduttore è la ciclica ricorrenza degli interpreti (a volte con qualche ricambio).

american horror storyDopo le prime due stagioni assolutamente convincenti – soprattutto Asylum, la seconda– Falchuk e Murphy avevano iniziato a dare qualche segno di cedimento con la terza. Denominata Coven e incentrata su un gruppo di streghe della New Orleans contemporanea, mostra un indebolimento nella tenuta narrativa e si insabbia un po’ troppo nel gioco degli stereotipi: se in precedenza lo spettatore poteva accettare qualche volontaria ingenuità nel risolvere alcuni nodi della trama, in Coven le stravaganze diventano vere e proprie divagazioni inconcludenti a cui è impossibile abituarsi del tutto. Nonostante questo, i personaggi risultavano accattivanti e la new entry Kathy Bates, che si aggiungeva alla già incredibile Jessica Lange, andava ad aggiungere un tocco di qualità.

Il tracollo vero e proprio, purtroppo, è arrivato proprio con la quarta stagione, denominata Freakshow: il potenziale sulla carta era enorme, considerando l’ispirazione ad una tematica ricchissima di spunti orripilanti come l’ambiente del circo e dei cosiddetti “fenomeni da baraccone”. Il punto di partenza è ovviamente offerto da Freaks di Tod Browning, horror maledetto degli anni ’30 e vero e proprio capolavoro della cinematografia mondiale. Ma se la materia era tanta e tale da rendere possibile la costruzione di una stagione quanto mai dinamica e inquietante, dov’è il cedimento? La risposta è semplice: i creatori della serie si sono immersi fin troppo nell’idea che American Horror Story dovesse basarsi sugli stilemi e gli stereotipi dell’horror a seconda del filone trattato e hanno accantonato completamente una qualsivoglia coerenza narrativa, edificando la quarta stagione su un’accozzaglia di idee buone, se prese singolarmente, ma incastrate tra loro male e in maniera approssimativa. Il primo errore è stato quello di inserire troppi personaggi le cui story-line vengono seguite spesso a singhiozzi e in maniera poco continuativa, cambiando lo scopo di ciascuno da una puntata all’altra, senza un valido motivo. Il secondo errore si è concretizzato nella volontà di inserire attori di peso, Kathy Bates e Michael Chiklis (già nelle grazie del grande pubblico dai tempi del ruvido e irresistibile The Shield), senza però riuscire a dare spessore ai personaggi da loro interpretati: sebbene la stessa Bates abbia fatto di tutto per immedesimarsi nella granitica donna barbuta ormai in pensione, non ha potuto regalare una performance degna di nota proprio a causa di una sceneggiatura debole e spesso inconcludente. Non esiste un reale filo conduttore, pare quasi che la storia debba prendere una strada differente ogni due puntate, per poi arenarsi, fare retromarcia e incominciare tutto daccapo, come se Falchuk e Murphy avessero avuto l’idea di cumulare spunti su spunti che si esaurissero programmaticamente nel nulla.american_horror_story__freak_show_67981

A niente è servita la bravura manifesta di Jessica Lange, qui intrappolata in una insoddisfacente parodia dei ruoli precedentemente rivestiti nella serie, ma con in più un raffinato accento tedesco mai tradito e che effettivamente funziona. Discorso analogo anche per la delicata interpretazione di Danny Huston nei panni di Massimo Dolcefino, probabilmente il personaggio che pur comparendo di meno riesce a toccare maggiormente il cuore dello spettatore. In conclusione American Horror StoryFreakshow potrebbe sembrare un disastro su tutta la linea, ma a onor del vero qualche lato positivo ce l’ha, almeno in potenza: le prime quattro puntate non sono da biasimare per ritmo narrativo e per l’idea alla base, inoltre Twisty il Clown è probabilmente uno tra i personaggi più spaventosi mai comparsi in televisione: inquietantissimo e violento al punto da diventare quasi un’icona horror accostabile ai “mostri” di genere comparsi in grandi saghe di successo degli anni ’80 e ’90. Però anche in questo caso il personaggio è stato articolato senza tenere conto di uno sviluppo interno che coprisse l’intera stagione, rendendolo una parentesi quasi inutile ai fini della trama vera e propria. Sostanzialmente Twisty, da spaventoso e istrionico freak assassino, diventa un mero catalizzatore della violenza di un altro personaggio interpretato da Finn Wittrock e scritto in maniera molto meno ispirata e quasi sopra le righe: Dandy mascellone, un po’ Patrick Bateman e un po’ (troppo) Richie Rich. In sostanza è come se scoprissimo che in Nightmare Freddy Kruger è solo un pretesto per mostrare la pericolosità di un altro personaggio carismaticamente inferiore e di cui lo spettatore riesce interessarsi poco. Infine vorrei far notare che gli autori non sono riusciti a distinguere tra una narrazione in stile horror classico e un racconto in cui realismo e sovrannaturale si mescolano in modo poco chiaro e confuso, ma soprattutto in cui ogni personaggio si macchia di atroci delitti senza considerare alcuna conseguenza, usando la violenza come in maniera gratuita e superficiale: quello che manca è la profondità psicologica vera e propria di ciascun carattere portato sullo schermo, cosa che nelle stagioni precedenti sembrava ben chiara e delineata. In poche parole, quello che più lascia allibiti di questo Freakshow è la totale noncuranza con cui omicidi e violenze si accumulano, senza portare a veri risvolti di trama. american-horror-story-freak-show-screenshot-sarah-paulson-twinsVerrebbe da chiedersi se Falchuk e Murphy non abbiano impiegato più energie ad orchestrare improbabili numeri musicali alla Moulin Rouge, con esibizioni di brani non ancora scritti nell’epoca in cui la storia è ambientata, piuttosto che ordire un intreccio degno di tale nome. La spettacolarità manifesta delle performance canore non supplisce infatti il disastro narrativo di questa stagione, decisamente sottotono rispetto alle tre precedenti, male articolata sui vari piani narrativi, che qui quasi non si alternano, rimanendo prevalentemente nel presente. Ultima delle rare note positive è la connessione dell’universo narrativo di questa stagione a quello del meglio riuscito Asylum, apprezzabile pur con qualche forzatura.

Insomma, quarta stagione bocciata e tanta paura per la quinta, American Horror Story Hotel; orfana di Jessica Lange si giocherà sull’improbabile tridente Lady Gaga – Michelle Pfeiffer – Donald Sutherland. Staremo a vedere, con tanta, tantissima inquietudine nel cuore.