15 anni fa, usciva North Country di Niki Caro con Charlize Theron, film sulla prima class action al femminile

Vi sono molti film che hanno parlato della lotta per i diritti delle donne, tema attuale e scottante, oggi declinato sovente in modo alquanto maldestro e retorico soprattutto in generi commerciali. Tra i vari titoli sull’argomento spicca North Country – Storia di Josey, uscito 15 anni fa e diretto da Niki Caro, che meglio di altri film, uno su tutti il nostrano 7 Minuti di Michele Placido, mostra e riesce a far comprendere la dimensione di profonda umiliazione, degrado e ingiustizia che vivono, purtroppo spesso, le lavoratrici.

La sceneggiatura parte dal reale episodio di quella che fu la prima, vera, class-action per abusi e molestie sessuali sul posto di lavoro negli Stati Uniti, creata nel 1988 per iniziativa delle lavoratrici di una delle miniere della EVTAC, a Eveleth, nel Minnesota.
Intimidazioni, aggressioni, bullismo e minacce da parte dei lavoratori uomini erano all’ordine del giorno, ed il film di NIki Caro, grazie ad un cast di prim’ordine, è uno dei più efficaci nel rendere l’oscena situazione esistenziale di quella miniera.

North Country, grazie allo script praticamente perfetto di Michael Seitzman e ad una regia che sa esattamente quando scalare la marcia o insistere su una situazione, esalta un cast scelto in maniera precisa e funzionale in ogni sua componente.
Charlize Theron, all’epoca fresca vincitrice dell’Oscar per Monster, è la protagonista di questa storia che la toccava molto da vicino (la Theron ha avuto un’adolescenza traumatica e ha subito molestie sessuali) e che le ha permesso di confermare che non è soltanto un bel faccino da immortalare sullo schermo e sulle pubblicità, ma anche una bravissima attrice capace di sapersi calare in un’autorialità impegnata e tragica, andando oltre ad un robusto make up. 
Il resto del cast è composto da Sean Bean (Il trono di spade, Snowpiercer, Il signore degli anelli), Frances McDormand, Woody HarrelsonRichard Jenkins (L’uomo che non c’era, Cogan, La forma dell’acqua), Jeremy Renner (Arrival, Avengers Endgame), Sissy Spacek (La rabbia giovane, Carrie – Lo sguardo di satana) e Michelle Monaghan (Gone baby gone, Pixels).

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North Country ci mostra gli abitanti della Iron Range, la zona mineraria vicino al confine canadese, tra Minnesota, Michigan e Wisconsin, una comunità immobile, arretrata, provinciale e violenta, in cui la miniera e pochi altri svaghi come il pub o gli sport invernali sono l’unico elemento a connettere tra loro le persone. La miniera diventa così protagonista e sfondo al bullismo sessista, è una sorta di enorme laboratorio in cui i lavoratori uomini, imbruttiti da un mestiere pericoloso, faticoso e malpagato, sfogano le proprie frustrazioni sulle colleghe donne.
In questo retrogrado microcosmo, Josey Aimes si fa portatrice di tutte le contraddizioni e difficoltà di quella società americana degli anni ’80, dove il proletariato era stato schiacciato dalla Reagonimics e da una crisi economica brutale.

La violenza attraversa tutti i 126 minuti del film, è ovunque: nel passato di Josey, violentata da un insegnante e succube di un marito violento e anche nel suo presente, stuprata da Bobby Sharp, un ex fiamma dei tempi della scuola a cui Jeremy Renner dà un’incredibile veridicità, trasmettendo ignoranza, cattiveria e sessismo, solo un macho senza morale.
North Country esplora anche l’ostracismo delle stesse colleghe di Josey e ci illumina sulla realtà tutt’altro che coesa e unitaria del proletariato a stelle strisce, nonché, in seconda battuta, del mondo femminile. 

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La fotografia di Chris Menges illumina quella fetta di America profonda, bianca, alcolizzata e immobile, di una luce tetra, e rende l’Iron Range un claustrofobico labirinto, una prigione dentro la quale essere donna significa essere l’ultima ruota del carro e dover subire sistematicamente insulti, palpeggiamenti e umiliazioni. Uno spaccato di America dove la dominante cultura maschilista ha reso accettabili molti comportamenti esecrabili verso le donne e giustificato la perversa logica del branco che azzera il singolo in nome dei più bassi istinti collettivi.

Il personaggio di Woody Harrelson (Assassini nati, Benvenuti a Zombieland, 7 psicopatici) è il motore del cambiamento, inizialmente respinto da una comunità rurale e chiusa in se stessa, in cui ogni mutamento è un crimine, sarà lui a permettere a Josey e alle altre di avere una presa coscienza e infine la meritata giustizia. Invece Glory la sindacalista, il personaggio di Frances McDormand (Fargo, Nomadland, Tre manifesti a Hebbing, Missouri), è lo specchio del totale fallimento dell’attivismo lavorativo negli Stati Uniti, che dagli anni ’80 si è protratto fino ad oggi, e che ha nella sua tardiva (si potrebbe anche dire agonizzante) lotta al fianco di Josey, un segnale di parziale rinascita e vittoria.

North Country più che un film politico o un film civile è un film sulla società moderna, tale solo in virtù di tecnologia, ma per il resto ancora molto primitiva: la donna, in questo caso Josey, è sempre colpevole di ciò che subisce, come nel medioevo rappresenta la tentazione e il peccato è inferiore e perciò deve stare sottomessa all’uomo. Quella class-action ha cambiato tanto, ma la strada per la parità è ancora lunghissima e per avere prova di ciò basta sfogliare le pagine di cronaca dei quotidiani.

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