Sono passasti esattamente dieci anni da quando le imprese di Renato Vallanzasca, il Bel René che diventò il bandito più famoso dello stivale tra gli anni ’70 e ’80,  arrivavano sui grandi schermi italiani grazie a Vallanzasca – Gli angeli del male di Michele Placido.

Tratto da Il fiore del male. Bandito a Milano, autobiografia del famigerato rapinatore, la sceneggiatura, scritta a più mani da Gerardo Amato, Antonella D’Agostino, Andrea Leanza, Antonio Leotti, Angelo Pasquini, Michele Placido, Andrea Purgatori, Kim Rossi Stuart, Toni Trupia (con Pasquini e Purgatori che ritirarono la firma) era frutto di un lavoro a dir poco titanico, nel quale si tentò di coniugare nell’iter narrativo, sia la vita del protagonista che una descrizione quanto più esauriente possibile, delle vicissitudini del Belpaese in quel drammatico periodo storico.

Vallanzasca è stato un personaggio molto particolare, persino per essere un criminale: eccessivo e plateale, tanto irriverente quanto astuto e soprattutto amante di uno stile di vita sfarzoso e kitsch che lo fece diventare persino una sorta di sex symbol.
Placido scelse per la parte, non solo per gli occhi egualmente cerulei, un oggettivamente bravissimo Kim Rossi Stuart che donò il giusto mix di arroganza, narcisismo, mal riposta fiducia nella sorte e violenza al personaggio.
Il resto del cast era altrettanto ben assortito, con nomi anche di profilo internazionale quali Filippo Timi, Paz Vega, Lino Guanciale, Moritz Bleibtreu, Gaetano Bruno, Francesco Scianna, che riempivano i 125 minuti di questo crime cupo, torvo e presago di morte e fallimento, anche con un sentimento d’amore per i personaggi, esattamente come era accaduto anni prima con Romanzo Criminale.

Vallanzasca-gli-angeli-del-male-placido-kim-rossi-stuart
Nel film dedicato alla Banda della Magliana, ispirato al romanzo di Giancarlo De Cataldo, Placido aveva confezionato un racconto malinconico, in cui emergeva una dimensione narrativa incentrata sull’amicizia virile, sull’ascesa di un gruppo di ragazzi disperati, con poche prospettive, fedeli a se stessi, ma stritolati dall’Italia degli anni di piombo. Lì Placido non aveva mai pensato di assolvere o giustificare in toto i suoi protagonisti, li aveva differenziati, li aveva mostrati pieni di debolezze, umani, a metà tra luce ed oscurità. Di certo il Freddo, il Libanese e il Dandy, erano emersi come creature quasi costrette ad una certa vita, coerenti, che però cercarono chi più chi meno, di fuggire da quel mondo delinquenziale.

In Vallanzasca – Gli Angeli del Male, Placido commise il più classico degli errori: si schierò totalmente dalla parte del suo protagonista, ne abbracciò (o meglio cercò di farlo) una sorta di dimensione iconica, quasi da rockstar maledetta, commettendo l’errore di coinvolgere l’ex René nella stesura di una sceneggiatura che avrebbe dovuto essere molto più severa (o onesta) nei suoi riguardi.
Il pistolero dagli occhi azzurri, appare sempre come un ragazzino ribelle, una sorta di Billy The Kid o Robin Hood che rifiuta la vita borghese, la società italiana di quegli anni, che crede nell’amicizia, nella lealtà e nell’amore, pochissimi lati negativi. 
Solo due anni prima, un grande Vincent Cassel nel dittico Nemico Pubblico, con il suo Jacques Mesrine, non era incappato nello stesso sbaglio e, anche grazie all’abile regia e scrittura di Jean-François Richet, avevo reso a perfezione l’immagine fatta e finita di cosa fosse un criminale; certo coraggioso, carismatico, affascinante e temerario, ma anche violento, possessivo, spietato e animato da un narcisismo e una mancanza di empatia assolute. Un uomo per il quale la violenza era tutto, innamorato della propria reputazione, di uno stile di vita per ottenere il quale, non aveva mai esitato a spargere sangue.

Vallanzasca – gli Angeli del Male, invece opera una sorta di narrazione melò, romanzata, crea il mito del bandito un po’ guascone ma dall’anima pura, pieno di passione, capace di ogni cosa pur di uscire per rivedere la compagna, fedele ai complici, devoto ai genitori e integerrimo sulla parola data.
Nulla o quasi viene detto sui rapporti più oscuri del bandito con l’Italia eversiva, con la mafia, con il lato peggiore del Paese in quegli anni di piombo, tutta la visione è concentrata su un protagonista innalzato a mito e giustiziere armato di mitra.

La cosa più strana, è che al di là della fotografia plumbea, del ritmo comunque ben congegnato, il film di Placido risulta a lungo andare connesso ad una dimensione glamour, patinata, in cui tutto il peso viene messo sulle spalle robuste di Kim Rossi Stuart.
Ottima la sua interpretazione, ma è comunque al servizio di uno script che si accontenta di mostrare ciò che in fondo già si sapeva del bandito dagli occhi azzurri, non lo attacca, non lo mette all’angolo, ne crea (volontariamente o meno questo è opinabile) una sorta di agiografia indiretta.
In fondo, pare dire Placido, lui non era né meglio né peggio di tanti altri, solo un po’ più mattacchione e senza scrupoli.
Ma Renato Vallanzasca non era un ragazzo che faceva La Vita, non era un Joe Dillinger cresciuto a botte, povertà e fame, nell’America disperata della povertà, dove vigeva la legge della colt e del quale Michael Mann e Johnny Depp avevano consacrato il ritratto come una belva dal ghigno feroce, uno che era sicuro di essere più furbo, veloce e cattivo della sorte e degli sbirri, che non si faceva alcuno scrupolo ad uccidere e sceglieva con furbesca meccanica strategia, di passare come un giustiziere dei corrotti banchieri agli occhi del pubblico.

Vallanzasca-gli-angeli-del-male-placido-kim-rossi-stuart

Vallanzasca diventò criminale perché voleva esserlo. Uccise persone per il gusto di farlo, uccise membri delle Forze dell’Ordine, collaborò all’esecuzione di diversi pentiti, tra cui quel Massimo Loi, con cui si divertì a giocare a pallone con la testa decapitata di fresco.
Vallanzasca – Gli angeli del male doveva essere un freddo, distaccato e consapevole viaggio dentro la feroce mente di un assassino, ma Placido, ignorando gli esempi a cui attingere, non riuscì a resistere alla tentazione di creare un epico racconto di dannazione e autodistruzione vanesia, omettendo le parti più oscure, dannose e terribili della sua esistenza, salvandolo da un passo efferato e rimarcando il  ruolo di “eroe maledetto”.

I due esempi riportati sono contemporanei al film di Placido, ma la storia del cinema è rimasta sempre affascinata dal ruolo del cattivo e spietato criminale e di recente anche il piccolo schermo ha dedicato fotogrammi su fotogrammi a questi oscuri eroi (leggi lo speciale sulle serie crime tratte da storie vere), basti pensare a Romanzo Criminale, Gomorra e Suburra, (con le rispettive versioni cinematografiche) per capire che Vallanzasca – Gli angeli del male ha rappresentato un paletto su come non trattare i criminali nel racconto, infatti in queste serie i banditi sono si affascinanti, ma anche respingenti dal lato umano, la TV si è dimostrata molto più lucida, spietata e coerente nel mostrare quel terribile buco nero che è abbracciare la vita criminale. 

Print Friendly, PDF & Email