Visivamente spregiudicato fin dal suo esordio (Kinetta) e narrativamente senza porsi alcun limite, Yorgos Lanthimos in poco più di un decennio si è imposto dalla Grecia come una delle voci autoriali più amate: sono premiatissime le sue opere a Cannes (tra gli altri Un Certain Regard e Premio della giuria, ma mai Palma d’oro), a Venezia (Gran premio della giuria e Leone d’oro) e numerose candidature e premi agli Oscar.
In attesa della presentazione all’82. Mostra del Cinema di Venezia del suo nuovo film Bugonia, con protagonisti la sua consolidata musa Emma Stone e Jesse Plemons, ripercorriamo attraverso tre pellicole la sua eccezionale carriera.

Dogtooth (Kynodontas)
Premiato nella sezione Un Certain Regard nel 2009 a Cannes, Dogtooth è la fulminante opera che ha fatto dilagare l’estro di Lanthimos fuori dalla madrepatria, serpeggiando nell’underground dei cinefili appassionati a certo cinema disturbante.
In una villa greca due genitori indottrinano i propri figli privandoli di qualsivoglia consapevolezza della realtà, e di conseguenza della libertà (geniale idea quella di provocare nei ragazzi uno scollamento linguistico tra significato, significante e referente, tanto quanto quella di mozzare le teste dei protagonisti con una messa in scena quasi a livello tatami). Metafora affascinante dei totalitarismi che, però, pone in maniera ridondante il messaggio davanti alla narrazione.

Il sacrificio del cervo sacro
Ancora atmosfere disturbanti, ancora ambienti asettici e asfittici, ancora famiglie disfunzionali, ma ora a Hollywood. Il sacrificio del cervo sacro, dopo The Lobster, è il secondo lungometraggio americano di Lanthimos che, al contrario del precedente, prende le mosse proprio dalla cultura greca filmando una reinterpretazione moderna dell’Ifigenia in Aulide.
Il cardiochirurgo interpretato da Colin Farrell incontra uno strano ragazzo (Berry Keoghan) che, dopo essersi subdolamente infiltrato nella sua famiglia, sembra farne ammalare i componenti. Hybris e metamorfosi in una gara di bravura tra i due attori (con una Nicole Kidman che non si dimostra da meno) per un finale da brividi.

Povere creature!
Povere creature! non ha bisogno di presentazioni: Leone d’oro a Venezia, premiatissimo agli Oscar, nell’adattare l’omonimo romanzo di Alasdair Gray anche qui Lanthimos opera una rilettura, questa volta femminista, che oscilla tra Frankenstein e Pinocchio.
Visivamente, con i suoi grandangoli deformanti e l’alternarsi del bianco e nero e dei colori allucinogeni delle scenografie (kitsch e steampunk), il film sembra sperimentare con la stessa grammatica delle immagini generate dall’intelligenza artificiale, mentre Bella Baxter resterà probabilmente uno dei personaggi più potenti e necessari del XXI secolo, con la sua anarchia capace di deflagrare il machismo che la circonda.

