Quale incontro mitico deve essere stato quello tra Mel Brooks (allora già il genio comico dietro Per favore, non toccate le vecchiette e Frankenstein Junior) e David Lynch (con all’attivo solamente Eraserhead non ancora il genio surrealista): il primo convintosi ad affidare il progetto basato sulla storia vera di un uomo affetto dalla sindrome di Proteo nella fine dell’Ottocento al secondo solo dopo aver visto il suo esordio cinematografico. Nasce così The Elephant Man, l’inizio (e certamente l’unico momento felice) della breve avventura di Lynch nel cinema hollywoodiano, parentesi terminata tragicamente con il successivo Dune.
Nel 1980 candidato a ben otto premi Oscar (senza vincerne alcuno), la storia dell’uomo elefante torna nei cinema grazie a The Big Dreamer – Il cinema di David Lynch, la rassegna curata da Lucky Red e dalla Cineteca di Bologna che giunge, così, al termine della prima parte.

In una Londra vittoriana obnubilata dai fumi della rivoluzione industriale (inferno tra Dickens e la Filadelfia di Eraserhead), John Merrick (John Hurt) viene strappato dai soprusi di Bytes, il sadico gestore di un circo itinerante di freak, dal dottor Frederick Treves (Anthony Hopkins, già depositario insieme ad Hurt dell’incredibile talento attoriale che li contraddistinguerà nella loro lunghissima carriera).
Studiando e curando il paziente, che gli garantirà il successo lavorativo, il medico scopre al suo interno un animo gentile e un intelletto acuminato. La riacquisita dignità umana, però, sarà messa a repentaglio ripetutamente da Bytes e da coloro i quali non riusciranno a vedere altro nell’uomo che un fenomeno da baraccone.

Con un bianco e nero che scolpisce le volumetrie deformate di Merrick (eccezionale il trucco prostetico), in The Elephant Man l’immagine della madre di John, un idolo come lo sarà dieci anni dopo quella di Laura Palmer, apre e chiude circolarmente il film con delle scene squisitamente lynchane di cui la prima, quello stupro/concepimento perpetrato da elefanti, di visionario turbamento.
Ma, abbandonata questa sequenza, il film si sviluppa secondo sensibilità esclusivamente melodrammatiche (che, può sembrare assurdo, eppure sono quelle che soggiaciono sotto le oscenità perturbanti di tutta la cinematografia di Lynch) in cui il corpo dell’uomo elefante, atipico e deforme, si offre allo sguardo altrui come perverso piacere scopico. Se quello degli scienziati sonda per lo più le sue protuberanze e quello dei borghesi lo taglia con la loro ripugnanza, gli occhi deridenti del popolo sono il primo atto di una violenza che diventa via via sempre più fisica.
Le masse tumorali divengono così uno schermo dietro al quale si cela e si esibisce lo specchio attraverso cui si rivela un’umanità che, con rare eccezioni, nella sua declinazione migliore si dedica al vampirismo filantropico.

Qui, infine, The Elephant Man mostra forse la sua unica indulgenza: nell’offrire un meraviglioso quanto dolente ritratto della crudeltà dell’animo umano, infatti, ia raffigurazione più turbe spetta alle classi meno agiate, mentre alla caritatevole borghesia viene concessa fin troppa condiscendenza.
