Il ghigno beffardo che illumina il viso di Alejandro Jodorowsky nel ricordare la sua visione del Dune di David Lynch in seguito all’aborto del suo omonimo progetto (momento contenuto all’interno del meraviglioso documentario Jodorowsky’s Dune di Frank Pavich) emblematizza i problematici rapporti che l’industria cinematografica ha avuto nei ripetuti tentativi di adattamento della monumentale epopea immaginata da Frank Herbert nel 1965.

Con l’uscita imminente del secondo capitolo della neonata trasposizione a opera di Denis Villeneuve, che forse darà consistenza al primo capitolo del 2021 concludendone l’arco narrativo, ripercorriamo la travagliata storia di una delle più tragiche chimere accarezzate dal cinema.

Le vicende narrate sono sempre quelle di Paul, giovane rampollo della casata nobile degli Atreides, il quale diventa protagonista di una guerra brutale contro gli Harkonnen per il controllo di Arrakis. Snodo centrale dell’economia dell’universo in quanto unico luogo in cui è contenuta la sostanza esistente più preziosa, la spezia, il pianeta fa da sfondo alle avventure messianiche di Paul che si unirà alla popolazione autoctona dei Fremen per guidare la ribellione.

L’apparente semplicità del nucleo narrativo nasconde, però, non solo una complessa stratificazione dei rapporti di potere e degli equilibri che regolano tale universo, ma anche la narrazione descrittiva di Herbert (fatta di sensazioni paranormali e visioni oniriche particolarmente astratte) sono spesso stati d’ostacolo per il mezzo filmico.

Dopo il fallimento produttivo di Jodorwsky, agli inizi degli anni Ottanta Hollywood – ovviamente ignara del futuro avanguardista che relegherà il regista ai margini dell’industria – affida all’enfant prodige Lynch il colossale progetto di portare sul grande schermo Dune.

Al netto di leggendarie versioni integrali della durata di cinque ore o di amanti pronti a difendere il regista a spada tratta (come il sottoscritto in cuor suo si sentirebbe di dover fare), il film è un disastro tanto grande da rappresentare uno dei più tragici flop della storia del cinema americano e la pietra tombale per un inserimento organico di Lynch nel sistema hollywoodiano.

Soprattutto a causa di tagli di montaggio imposti dalla produzione, che follemente tenta di adattare l’interezza del romanzo in due ore, l’opera risulta incomprensibile a causa di una narrazione farraginosa che, accavallando in rapida successione gli avvenimenti, sembra ignorare la necessità di nessi causali tra di essi.

Anche quegli elementi – che, a posteriori, noi cultisti del regista americano identifichiamo come distintivi della sua marca autoriale – risultano indigesti per l’economia della storia: se, infatti, esseri deformi e purulenti, visioni oniriche e personaggi caricaturali hanno contribuito a forgiare la fortuna di Lynch, pur rimanendo estremamente affascinanti, in Dune generano fin troppo straniamento oppure, come nella caratterizzazione farsesca del malvagio barone Vladimir Harkonnen, diminuiscono il senso di minaccia e, di conseguenza, l’afflato epico che dovrebbe avere.

Forse facendo tesoro di tale lezione, scavallato il nuovo millennio Denis Villeneuve confeziona un primo capitolo dell’epopea fantascientifica che, nell’arduo compito di adattamento, conferma ancora una volta la sua grande maestria di narratore per immagini (al contrario del suo predecessore, aveva già dimostrato di essere a suo agio nelle logiche dei blockbuster hollywoodiani con Arrival e Blade Runner 2049).

Il Dune di Villeneuve, infatti, non tradisce l’epos del racconto riuscendo anche a transcodificare in maniera squisitamente cinematografica le sensazioni e le capacità paranormali di alcuni personaggi. Laddove Lynch aveva trasposto quasi dogmaticamente, ad esempio, le proprietà telecinetiche e i pensieri di Paul mediante l’uso eccessivo della voce fuori campo, l’autore canadese asciuga tali elementi suggerendoli attraverso un uso sapiente degli sguardi, del montaggio e del comparto sonoro.

Al fine di rendere chiara, però, la complessa mitologia del romanzo, il regista è costretto a rarefare il racconto scegliendo di trasporre una sezione della storia che trova stranamente il proprio climax al centro del film (la congiura contro gli Atreides), lasciando per lo più emotivamente indifferenti nella restante ora.

Punta di diamante della produzione di Villeneuve è senza dubbio il cast composto da un dream team di attori (destinati ad accogliere nel secondo capitolo nuove star della caratura di Léa Seydoux) che rivaleggiano per bravura: si spazia dalle giovani stelle più in voga del momento per i protagonisti (la coppia Zendaya – Chalamet), a eccellenze di comprovata bravura (Isaac, Skarsgård, Brolin tra gli altri), finanche al perfetto casting dei visi noti di Bautista e Momoa per ruoli muscolari. A incorniciarli spesso in campo lungo immersi in quei paesaggi sabbiosi coprotagonisti delle vicende è la fotografia desaturata di Greig Fraser che esalta, così, anche la fantasiosità del mondo rappresentato.

Forse è proprio in quest’ultimo campo che, invece, l’interpretazione herbertiana di Lynch dimostra tutta la propria visionarietà. Contrariamente all’estetica minimalista delle scenografie del nuovo adattamento, che sembrano quasi fare eco agli arredamenti oggi tipici nelle catene orientali di all you can eat, quelle del Dune del 1984 hanno un’incisiva ricchezza immaginifica capace di reinventare il fantascientifico partendo persino da modelli barocchi. Ad accrescere il comparto visivo, oltre alla regia comunque mai banale di Lynch, vi sono i mirabolanti effetti speciali che, a distanza di quarant’anni, ancora non perdono la propria spettacolarità.

Nonostante gli indubbi pregi del film di Villneuve, la revisione di quaranta anni di Dune al cinema lascia inevitabilmente l’amaro in bocca. Se, infatti, con l’ammiccante battuta finale di Chani: “Questo è solo l’inizio” quello del regista canadese sembra una lunga, seppur funzionale, introduzione a ciò che ci aspetta nelle sale dal 28 febbraio, il film di Lynch sarebbe confortante pensarlo come un gioco, un esperimento artistico in cui, come nelle poesie surrealiste, l’autore ha estratto e filmato casualmente parti del romanzo di Herbert per individuarne le oscure corrispondenze.  

Dunque, in attesa dell’imminente secondo capitolo, nella speranza che guardando il progetto di Villeneuve nella sua interezza risulti avere un’omogeneità e una compiutezza maggiore, non resta che cullarsi immaginando la meraviglia impossibile dell’avanguardistica trasposizione di Jodorowsky con le scenografie psichedeliche di Giger e Moebius, le musiche acide dei Pink Floyd e i baffoni di Salvador Dalì a interpretare l’imperatore Padishah.