In quarant’anni di onorata carriera, Joel Coen ed Ethan Coen (oramai non più contenibili solamente nell’effigie dei “fratelli”) sono tra i pochi autori viventi ad aver avuto il privilegio(?) di veder trasformato il proprio cognome in aggettivo il quale, la maggior parte delle volte, contribuisce a descrivere una straniante commedia nera.

Grazie a una marca autoriale nettamente riconoscibile, sono repentinamente assurti a uno dei principali simboli cinematografici del postmodernismo, diventando così tra i più recenti amori per i cinefili e fonte di ispirazione per numerosi cineasti.

Non è un caso, infatti, che la potenza suggestiva dei due registi/sceneggiatori ha ben presto travalicato le frontiere fino a suggestionare persino il cinema di Hong Kong, il quale nel 2009 produce A Simple Noodle Story per la firma di Zhāng Yìmóu, remake dell’opera prima dei Coen Blood Simple (premiato al Sundance nel 1984).

Scritto e prodotto da Ethan, girato da Joel (formale ripartizione che comunque non restituisce la più intima collaborazione creativa), Blood Simple amalgama il thriller e il noir con i B-movie per inquadrare un triangolo amoroso che degenera mutando in un triangolo omicida.

A causa del tradimento della moglie Abby (l’inseparabile Frances McDormand) con un suo dipendente Ray (John Getz), Julian Marty (Dan Hedaya) incarica l’investigatore privato Loren Visser (Michael Emmet Walsh) di ucciderli.
Il poco irreprensibile detective, però, per gli inspiegabili rivolgimenti del destino che tanto piacciono al duo, innescherà una sequela di violenza e omicidi senza ritorno.

L’incipit del film è paradigmatico: un narratore dalla voce sorniona ci introduce in un’America di frontiera lontana dalle megalopoli hollywoodiane, una Frances McDormand (fatale primo incontro con Joel, futuro marito e più volte collega) già magnetica che si muove tra uomini serpe i quali, in atmosfere rarefatte e surreali, si dimostrano essere parossisticamente delle caricature di archetipi noir. Il coeniano è fin da ora embrionalmente distillato.

Se l’ironico e il grottesco raggiungono l’apice nella scena del ri-omicidio di Julian (che, in un episodio crossover, farebbe coppia con il James Franco de La ballata di Buster Scruggs nel rassicurare un condannato a morte domandando: “First time?”), il thriller è reso febbrile da preziosismi registici e dalla suggestiva colonna sonora di Carter Burwell (altro storico collaboratore), che fa un sapiente uso anche dei rumori come fonte ansiogena.

Cult il finale in cui la protagonista, inchiodando la mano dell’investigatore in un ultimo memorabile confronto, si eleva a mortifera final girl.

La rilettura del primo film dei fratelli Coen che ne fa Yìmóu (celebre internazionalmente già per Lanterne rosse e La foresta dei pugnali volanti), invece, potrebbe sembrare abbastanza audace soprattutto per un’apparentemente netta virata verso il comico e per l’inserimento della narrazione all’interno di una Cina in un passato non meglio definito.

Inizialmente, infatti, le numerose inquadrature sbollate e l’esaltazione delle coreografie tipiche dei Kung Fu film di Hong Kong fanno sperare in un’opera che si inserisca all’interno di quel filone – abbastanza fortunato anche in occidente – che congiunge arti marziali e comicità (si vedano i felici esempi di Shaolin Soccer e Kung Fusion di Stephen Chow).

In realtà lo svolgimento di A Simple Noodle Story rivela un’aderenza fin troppo puntuale con l’originale, lasciando in superficie l’aggiunta di quei minimi accenni a una critica dello sfruttamento al lavoro oppure all’esaltazione della risolutezza della protagonista (giocata solamente su un elementare ribaltamento dello stereotipo del coraggio maschile e dell’indole timorosa femminile).

Il remake cinese, dunque, pur tentando qualche lieve interessante rilettura, si discosta troppo, eppure non abbastanza dall’originale, rendendolo di fatto un film piacevole (regia solida che a volte, però, ritrae pedissequamente le inquadrature del film americano, buoni gli interpreti), ma di cui non si comprende il bisogno se non, forse, quello interno all’industria di compiere una traduzione made in Hong Kong dell’affascinante storia coeniana.

Blood Simple, dal canto suo, non è ciò che si potrebbe definire un folgorante inizio (come potrebbero essere in anni coevi ad esempio La casa di Raimi o Le iene di Tarantino), ma certamente rappresenta un primo incisivo passo da cui intraprendere una rilevante carriera cinematografica.

Guardare oggi questo primo gioiellino dei fratelli Coen sarà per gli amanti del duo come quando, affetti da nostalgia, si riguardano le prime foto di quell’amore che non ti ha travolto all’improvviso, ma che lentamente ti ha rapito per sempre.