C’era una volta la fantascienza, quella vera. Quella dei super computer impazziti che attentano alle vite di astronauti in rotta verso Giove. Quella dei trekkies e degli Jedi. Quella degli alieni buoni, che comunicano attraverso luci colorate e suoni, e di quelli cattivi che escono dalle fottute pareti. Quella degli androidi che hanno visto cose che voi umani non potreste neanche immaginare o di quelli venuti dal futuro per salvare John Connor. Quella dei, citando Ridley Scott, “B-movie girati con i soldi” ma anche di chi, come mastro Carpenter insegna, ha quasi sempre dovuto arrabbatarsi con due lire. Quella di Fritz Lang, che ha inventato il robot prima che esistesse la parola Robot, o del maestro russoTarkovskij. Quella dell’eletto e della matrice, che sembrava suggerire una new wave di genere e che invece è sfociata in due seguiti decisamente brutti.

Quella, insomma, che noi cinefili senza età, abbiamo imparato ad amare, che sfruttava l’elemento fantascientifico per rispondere a domande esistenziali o, più semplicemente, a porne nuove. Quella che però sembrava sepolta dalle logiche del marketing, dalla penuria di idee del patinato mondo di Hollywood, da prequel da sequel e da midquel e da qualsiasi cosa finisca con -quel, da effetti speciali sempre più preponderanti rispetto al significato, da robot che si trasformano diretti da registi mediocri e da invadenti supereroi.

No, non si tratta della solita rubrica lamentosa dell’ennesimo nostalgico che ogni tre frasi deve ricordare a tutti quanto si stesse meglio quando si stava peggio. Qui si parla di giovani autori, di talentuosi registi nati dopo gli anni 70 del secolo scorso che solo ora si stanno facendo un nome affacciandosi alle luci della ribalta. Si tratta di nomi importanti, impressi sulla carta d’identità di gente che rappresenta il presente e il futuro del cinema (in questo caso di fantascienza, quella vera però) e che se ne frega delle mode e delle tendenze di Hollywood ad omologare ed appiattire. Due nomi, per incassi e responso della critica, sembrano spiccare su tutti: Neill Blomkamp e Duncan Jones.


Neill Blomkamp ha tanto talento quanta determinazione, del resto ce ne vuole a palate per rifiutare la regia del settimo episodio di Star Wars e del seguito di District 9, il film che lo ha reso famoso incassando la bellezza di 211 milioni di dollari dopo esserne costati appena 30.

Vuole concentrarsi sui suoi progetti originali, dice lui, e infatti durante le interviste della campagna promozionale del suo ultimo film, Elysium, ha detto di essere già a lavoro sulla prossima pellicola fantascientifica, che ha già un nome e una data di uscita: “Chappie”, 27 marzo 2015.

Classe ‘79, sudafricano di Johannesburg, enfant prodige cresciuto a pane e Blade Runner, il giovane Neill ha visto con i suoi occhi sia le efferatezze dell’apartheid che il picco di criminalità che scaturì dal suo smantellamento nel ‘94. Esasperati dal clima di puro terrore, i genitori decisero di trasferirsi in Canada: fu la madre di Neill, spaventata dalle intenzioni del figlio di tornare in patria, a portare a sua insaputa un video in computer grafica realizzato dal figlio alla Vancouver Film School che gli valse l’assunzione presso lo studio Rainmaker Digital Effects.

E’ stato proprio quel cortometraggio, “Alice in Joburg”, a farlo notare da Peter Jackson che prima ha tentato di fargli dirigere la trasposizione cinematografica del videogioco Halo e poi lo ha fatto incontrare con sua moglie, Fran Walsh, per convincerlo a trasformare quel corto in lungometraggio: nacque così “District 9”. Il resto è storia nota a tutti: successo interplanetario di pubblico e critica, che ha inneggiato al capolavoro, forse prematuramente, trascinata dall’entusiasmo del momento.

In realtà, il cinema di Blomkamp ha ancora bisogno di cristallizzarsi in qualcosa di più concreto e meno discontinuo. I più esigenti direbbero che, sebbene l’idea di fondo delle sue opere sia sempre suggestiva, il buon Neill non sappia concludere una storia. E in parte hanno anche ragione, del resto “District 9” e il recentissimo “Elysium” hanno esattamente lo stesso difetto: nel secondo tempo una buona trama di ampio respiro, piena di interessanti sottotesti, si trasforma in un action appena sufficiente, saturo di situazioni icongruenti e improbabili deus ex machina.Moon-Locandina

Ed è un peccato perché i mondi messi in piedi dall’autore sudafricano sono affascinanti distopie che hanno il sapore dell’apartheid e della ghettizzazione. Universi sporchi, pieni di tecnologia “vissuta” e dal background solido. La sua è la poetica del disperato, di chi non ha più nulla da perdere e, spinto da intenti egoistici, finisce per fare il bene di molti. La presa di coscienza dei protagonisti non è mai completa e definitiva, piuttosto lascia spazio ad ambiguità e chiaroscuri che rendono i personaggi vivi e tridimensionali.

Forse il finale di “Elysium” è troppo conciliante, agli antipodi rispetto al cinismo messo in mostra nelle battute conclusive della precedente opera, ed è per questo che molti hanno parlato di passo indietro rispetto a “District 9”; tuttavia sorprende come Blomkamp nonostante la giovane età abbia già un’idea di cinema così precisa e forte e questo è più importante di tutti i difetti che deve ancora correggere. Il cineasta sudaafricano dichiara sulla nuova fantascienza di Hollywood:  “C’è solo merdaccia che esplode e navi spaziali e cose del genere” e continua sornione e divertito: “i miei film non hanno un messaggio”, ma è la saggia ironia (o la falsa modestia) di chi sa che quando l’allegoria è forte ed efficace non ha bisogno di nessuna autocelebrazione.

Radicalmente diverso è Duncan Jones: lui è uno che ama il bianco asettico, che cita Stanley Kubrick e dimostra di aver imparato la lezione dei maestri del passato. Un tipo più raffinato del suo collega sudafricano, meno grounded (“terra terra” se siete allergici agli inglesismi), che preferisce temi alti e domande sulla condizione umana, senza comunque disdegnare lo strumento della metafora.
Sarà che, se hai un genio in famiglia, l’amore per la cultura e l’arte ti viene inculcato, come se impresso nel tuo DNA: è probabile che mentre il piccolo Duncan consumava a furia di visioni la videocassetta di “2001: Odissea nello spazio”, nella stanza accanto il paparino strimpellava “Space Oddity” o “Life on Mars”. Eh si, perché il papà del piccolo Duncan è David Robert Jones, in arte David Bowie.

Il suo film d’esordio è “Moon” che, senza usare la dovuta cautela quando si parla di esordienti, è un capolavoro assoluto.

Girato con 5 milioni di dollari (ne ha incassati 10 in tutto il mondo), l’opera prima dell’autore britannico si nutre dell’ottima prestazione di Sam Rockwell, unico protagonista insieme al computer  GERTY – un’intelligenza artificiale di kubrickiana memoria doppiata da Kevin Spacey – che si muove allucinato e disorientato nel freddo e impersonale ambiente di una stazione sulla superficie lunare.
Di primo acchito potrebbe sembrare un’opera derivativa e poco originale, come del resto – perdonate il paragone fuori contesto – una pellicola qualsiasi di Tarantino; ma proprio come nel caso del regista di Pulp Fiction, l’occhio più smaliziato noterà come gli elementi saccheggiati dalle opere originali collimano in uno stile personale e riconoscibile persino in un lavoro “su commissione” quale è il successivo “Source Code”: il claustrofobico isolamento in uno scenario alieno, il gioco di cloni e realtà parallele, la diffidenza nei confronti di una tecnologia usata quasi sempre in una maniera malvagia e contorta.

Ma, più importanti di tutto il resto, sono due le idee che sembrano caratterizzare al meglio l’impronta di Jones. In primis, un’etica del sacrificio distorta e malsana: i protagonisti dei suoi film sono eroi controvoglia, costretti da entità superiori e intangibili in un loop senza fine a ripetere azioni logoranti e a mettere a repentaglio la propria vita per un “bene di molti” di cui non hanno la minima percezione.

In secondo luogo, il buon Duncan ha fatto sua la lezione formale di Sir Alfred Hitchcock.

Avete familiarità con la regola della bomba? Si tratta di filmare la sequenza di un’esplosione in un tranquillo bar dove i protagonisti stanno prendendo il thè delle cinque. Mostrare la deflagrazione senza rivelare l’esistenza dell’ordigno genera uno shock improvviso quanto breve, mentre invece rendere lo spettatore consapevole dell’imminente disastro e filmare i personaggi ignari di tutto ciò costruisce una tensione più duratura ed efficace. Sia Moon che Source Code hanno uno sconvolgente colpo di scena, di solito verso la fine del primo tempo, ma non dipendono da esso, sopravvivono e, anzi, migliorano ad ogni visione rivelando ogni volta sfaccettature inedite e dettagli fino ad allora ignorati. 
Quel che più impressiona di Jones è proprio questa consapevolezza narrativa. Il suo è un cinema pulito, senza sbavature o elementi superflui, snello e concreto; è il cavallo vincente su cui puntare per il futuro del genere. Peccato che attualmente si sia orientato verso altri lidi: il nostro è stato assunto dalla Blizzard per la trasposizione del celebre videogioco World of Warcraft. 
Peccato, speriamo che presto torni ad occuparsi di quello che sembra il suo genere più congeniale.

 Alessandro Di Romolo