In una profonda e viscerale relazione tra realtà e narrazione, la commedia all’italiana trova le sue radici in uno degli sceneggiatori e registi più prolifici del genere: il classe 1917, Stefano Vanzina, in arte Steno, uno dei pionieri e diffusori della risata tricolore, insieme Ettore Scola, Mario Monicelli, Dino Risi, Sergio Amidei, Age e Scarpelli, e moltissimi altri.

Figlio di un giornalista, rimasto orfano in tenerissima età, Stefano Vanzina completa il liceo e si dedica agli studi di scenografia. Dopo essere entrato al Centro Sperimentale di Cinematografia inizia a lavorare come vignettista e prende lo pseudonimo di Steno come omaggio ai libri di Flavia Steno.

Dopo non molto tempo inizia a scrivere come sceneggiatore per Giorgio Candido Simonelli, Carlo Ludovico Bragaglia, Riccardo Freda e Carlo Borghesio, oltre che iniziare il suo percorso di regista al fianco di Monicelli col film Al Diavolo la Celebrità.

Attraverso una profonda relazione tra la realtà italiana di quegli anni e quella raccontata nei suoi film, Steno tira fuori la parte più esasperata ed esasperante di ambienti e personaggi che restano intrappolati in luoghi comuni e costrutti sociali con tutte le loro contraddizioni.

La commedia all’italiana inizia a prendere piede come figlia di un Paese che si appresta a vivere la sua ascesa verso il boom economico: ogni film è infarcito di attori caratteristi che spesso svolgono il loro ruolo di protagonista abbandonadosi ad una gamma di componenti emotive – quali cinismo e finta astuzia – che li rendono unici e indimenticabili.

Nel tirare le fila di un periodo storico cinematograficamente prolifico e di un genere altrettanto ricco, forse – sarebbe il caso di citare alcuni film che Steno ha scritto e diretto nei suo quarant’anni (circa) di carriera…

Tempi Duri per i Vampiri, Steno 1959

Dieci anni dopo il suo primo lungometraggio Steno scrive e dirige nel 1959 Tempi duri per i Vampiri. Una commedia graziosa e a modo che si diverte a prendere in giro il mondo dei vampiri, ma in particolare il film Dracula il Vampiro.

Tutto ha inizio con la vendita del castello di proprietà del barone Osvaldo (Renato Rascel) per sanare alcuni debiti. Il maniero viene trasformato in hotel ed Osvaldo assunto come facchino. L’hotel inizia ad accogliere numerosi ospiti e tra questi anche lo zio di Osvaldo nonché vampiro, il barone Roderico da Frankurten (Christopher Lee).
Dopo essere stato morso da suo zio, Osvaldo dovrà convivere con la sua condizione di vampiro finché non verrà annullata la maledizione, intanto per lui il pericolo maggiore sono tutte le donne, completamente stregate da lui.

Tempi Duri per i Vampiri getta le basi della commedia degli equivoci divertendo lo spettatore attraverso un protagonista a tratti goffo e non abituato ad essere continuamente braccato.
Si crea un meccanismo di ilarità che ruota attorno alle differenti fisicità di Rascel e Lee: il primo molto più basso e facilmente spaventabile rispetto al secondo, che invece è alto e dall’aspetto austero.
Tempi Duri per i Vampiri si diverte a giocare l’effetto comico anche sulla musica che risulta ritmata e un po’ sinistra, oltre che trasmettere l’idea di qualcosa di goffo così come il protagonista.
Il lieto fine c’è e si vede: il vampiro alla fine preferisce essere circondato da bellissime donne, invece che restare relegato nella sua condizione di essere oscuro.

Psycosissimo, Steno 1961

Nel 1961 Steno scrive e dirige Psycosissimo, commedia degli equivoci in cui i tre protagonisti sono degli attori un po’ sbandati che rischiano la loro vita dopo una truffa mal riuscita.

I tre attori spiantati, Ugo (Ugo Tognazzi), Raimondo (Raimondo Vianello) e Marcella (Monique Just), cercano di trovare un straccio di ingaggio per guadagnare qualche soldo e un buon pasto, ma vengono assunti dal ricco Arturo Michelotti (Francesco Mulè) che li scambia per sicari e gli chiede di liberarsi della moglie. Quest’ultima, però, ha già in mente di uccidere il marito per fuggire con l’amante.

Per tutto il film, lo spettatore non può fare a meno di distogliere l’attenzione anche per capire in cosa si ritroveranno i protagonisti per niente furbi e ricchi di fantasiose, ma rischiosissime, idee.

In Psycosissimo i tratti della commedia all’italiana sono molto più presenti sia attraverso il contesto sia con i protagonisti che cercano in tutti i modi di averla vinta confrontandosi con qualcosa che non riescono a gestire e lasciandosi trasportare dagli equivoci. Sono a tratti irriverenti e impacciati: basti pensare alla scena in cui l’auto, con all’interno un finto scheletro, si muove verso la pompa di benzina mentre Raimondo telefona da una cabina finché non viene braccato dal benzinaio e dalla polizia.

I protagonisti interagiscono tra loro interpretando le parti di un furbo ma non troppo, un manovrabile amico e una furiosa donna che convive con la costante paura del tradimento. Moltissime scene giocano sull’ambiguità della situazione mettendo Ugo e Raimondo in una situazione di disappunto e compiacimento allo stesso tempo.

Il cinismo emerge a tratti all’interno della tentata truffa e in Psycosissimo si evidenzia quella condizione di fallimento raccontata anche in altre commedie dell’epoca (tipo I Soliti Ignoti).

Il Vichingo che Viene dal Sud, Steno 1971

È il 1971 ed esce Il Vichingo che Viene dal Sud diretto da Steno e scritto insieme a Giulio Scarnicci e Raimondo Vianello. Una commedia non proprio riuscita che si scontra con i tabù e la gelosia.

Il protagonista è Rosario Trapanese (Lando Buzzanca), un uomo con la tendenza a conquistare numerose donne, che viene spedito dal suo capo a Copenaghen per gestire un distaccamento dell’azienda di scarpe per cui lavora. Qui si interfaccia con una libertà sessuale che gli lascia ben sperare anche se la realtà è molto diversa. Dopo essere andato “in bianco” in diverse occasioni è quasi assalito dal desiderio di abbandonare tutto e tornare in Italia, finché non incontra Karen (Pamela Tiffin) una studentessa di psicologia che ha imparato la lingua italiana. I due si innamorano e si sposano, ma Rosario viene a conoscenza di un film a luci rosse girato dalla moglie durante una loro momentanea separazione e in preda alla gelosia immagina di ucciderla salvo poi comprendere la situazione e difendere la sua posizione. Alla fine, licenziato prenderà parte anche lui ad un film per non pagare l’esosa penale prevista per la rinuncia.

Il Vichingo che Viene dal Sud è una commedia lenta e piena di allusioni in cui il nevrotico protagonista si scontra con i suoi costrutti culturali e con un falso perbenismo.
Andando avanti nella narrazione, Rosario assume sempre di più i caratteri della nevrosi affidandosi ad una continua lotta con se stesso: lo sdoppiamento tra la sua personalità più ipocrita e quella tendenzialmente più progressista.

Il film gioca comicamente sull’ipocrisia maschile basandosi sul concetto della maldicenza che lede l’onore maschile, ma funziona poco e male e tutto appare grossolano e sgraziato. L’aspetto comico si basa proprio su questo continuo dialogo interiore del protagonista, oltre che sulla sua accecante rabbia dettata dalla gelosia.

Il Vichingo che Viene dal Sud possiede i caratteri della commedia come un protagonista fatto di contraddizioni che diventa grottesco per quanto irascibile, ma non basta poiché sembra che il film non decolli subito, per buona parte della visione vi è una certa ricchezza narrativa salvo alcune scene siparietto che lasciano il posto ad una comicità sconcia che fa un po’ fatica a decollare. Ovviamente c’è un lieto fine in cui il protagonista finisce per rassegnarsi a qualcosa che non vorrebbe vestendo dei goffi panni da Tarzan.

Fico D’India, Steno 1980

Nel 1980 Steno dirige Fico D’India scritta insieme a Renato Pozzetto, Enrico Vanzina, Sandro Continenza e Raimondo Vianello.

Una commedia anni Ottanta in cui l’equivoco relativo al tradimento si snoda per tutto il film trascinando i protagonisti in un lieto fine.
Tutto ruota attorno al Sindaco Lorenzo Milozzi (Renato Pozzetto), marito di Lia (Gloria Guida) che si ritrova in mezzo ad un tentativo di seduzione ad opera di Ghigo Buccilli (Aldo Maccione) playboy della cittadina con la tendenza a regalare cernie con tanto di rosa rossa a tutte le sue conquiste. Nel momento in cui Ghigo opera un disperato tentativo di seduzione entrando di soppiatto in casa Milozzi viene braccato da Lorenzo che impazzisce credendo di esser stato tradito, ma all’apice della lite Ghigo viene colpito da infarto ed è costretto a passare diverse settimane di convalescenza a casa del sindaco. In tutto questo marasma si vanno a inserire scene in cui Lorenzo e moglie cercano di nascondere faccenda e lo stesso protagonista deve fare i conti con la banda e col capo delle Belve (Diego Abatantuono), che tormenta i cittadini in piena notte.

In linea di massima Fico D’India appare divertente anche per la presenza di attori che erano stati già ampiamente rodati all’interno del cinema italiano. Anche qui è presente un protagonista goffo e un altro che fallisce miseramente, gli equivoci si sprecano insieme ad una costante presenza di allusioni e atteggiamenti diffidenti portati all’estremo. La comicità si va ad inserire in queste dinamiche e si amplifica grazie alla presenza di “battute tormentone” saldamente ancorate agli attori di riferimento: come Pozzetto e Abatantuono.

Il tema del tradimento travisato si pone in secondo piano rispetto al concetto di amicizia che nasce tra vittima e malato, attraverso cui si sviluppa una certa complicità oltre che il lieto fine obbligato. L’amicizia tra due “semi-antagonisti” presente in Fico D’India potrebbe quasi essere un vago spunto presente in un film – in cui non c’entra Steno poiché è diretto da Christian De Sica – ormai famosissimo come Ricky e Barabba.

Steno e i sottogeneri

Con Steno la commedia all’italiana nasce e si sviluppa in un’infinità di sottogeneri abbracciando le storie più strane, assurde, comiche e irriverenti. È sicuramente un genere che si apprezza a tratti e risulta complesso da elaborare e sviluppare. Nelle sue opere Steno ha portato i clichet della commedia in altri generi riuscendo a conquistare gli spettatori grazie al suo cinema intriso di profonda italianità.