Tra i nomi maggiormente di rilievo al Festival di Cannes 2025 v’è indubbiamente il regista e documentarista ucraino Sergei Loznitsa, che con il suo Two Prosecutors competerà sulla Croisette per l’ambitissima Palma d’Oro.

Basato sull’omonimo romanzo di Georgy Demidov, Two Prosecutors è un lungometraggio di finzione. Cosa, questa, che sta a rappresentare quasi un’eccezione nella vasta filmografia di Sergei Loznitsa, dal momento che il cineasta è divenuto noto in tutto il mondo soprattutto per i suoi documentari, diventati ben presto documenti essenziali atti a raccontare in modo critico e spesso addirittura brutale e doloroso il mondo in cui viviamo, ciò che è e ciò che è stato.

Già, perché, di fatto, attraverso un approccio del tutto personale che nel corso degli anni è divenuto un vero e proprio marchio di fabbrica, Sergei Loznitsa ha dato vita a un’opera omnia complessa e stratificata, dove spesso e volentieri preziosi materiali d’archivio si sono rivelati i suoi indispensabili alleati nel raccontare l’umanità, insieme a una storia che tende tristemente a ripetersi ancora e ancora. Nonostante i numerosi errori di un passato recente, apparentemente già dimenticato da molti in nome dei soldi, del capitalismo, del potere.

Come mai il nostro Sergei Loznitsa si è distinto sul già ricco e variegato panorama cinematografico internazionale?

Al di là delle tematiche di volta in volta trattate, quello che maggiormente colpisce dei lungometraggi e documentari del regista di Baranavičy è un approccio essenziale, diretto e fortemente minimalista, che, nel mostrarci i fatti senza filtro alcuno, si avvale principalmente di due elementi nello specifico che stanno quasi a costituire la linfa vitale del suo cinema (e, in particolare, dei suoi documentari): copiosi filmati d’archivio (come già precedentemente menzionato, appunto) e un’accurata scelta delle musiche, che contribuiscono non solo a dare fluidità alla narrazione in sé, ma anche a enfatizzare o a fare da contrappunto a ciò che le immagini ci mostrano.

Ed ecco che, immediatamente, ci torna alla mente The Event, realizzato nel 2015 e presentato in anteprima in occasione della Mostra del Cinema di Venezia dello stesso anno, in cui, mentre le immagini di repertorio (tutte rigorosamente in bianco e nero) ci raccontavano il tentativo di colpo di stato sovietico del 1991, le immortali musiche de Il Lago dei Cigni di Pyotr Tchaikovsky ci accompagnavano durante tutta la visione.

E proprio un ruvido bianco e nero è un altro degli elementi cari a Sergei Loznitsa.
Un bianco e nero spesso proprio di filmati originali registrati tanti e tanti anni fa (vedi, ad esempio, il caso di The Trial, realizzato nel 2018 e che ci mostra il processo, avvenuto nel 1930, contro un gruppo di economisti e di ingegneri, accusati di aver organizzato un colpo di stato contro il governo sovietico), ma spesso anche realizzato ai giorni nostri, come è stato per il documentario Austerlitz (2016), anch’esso presentato a Venezia e che ci mostra i riprovevoli comportamenti di alcuni turisti in visita in un campo di concentramento.

Sarebbe riduttivo, comunque, considerare o analizzare il cinema di Sergei Loznitsa soltanto attraverso singole opere. Già, perché, di fatto, ogni film da lui realizzato potrebbe essere considerato quasi come un piccolo tassello di un enorme mosaico atto a raccontarci la nostra storia. Un tassello di imprescindibile importanza, senza il quale il messaggio trasmessoci non sarebbe altrettanto esaustivo.

Autodefinitosi cittadino del mondo, Sergei Loznitsa, proprio per essersi opposto al boicottaggio dell’industria culturale russa in seguito allo scoppio della guerra, è stato recentemente espulso dall’Accademia del Cinema Ucraino. Questo suo ultimo Two Prosecutors, al contempo, si propone di arricchire ulteriormente il suo enorme mosaico. E siamo certi che anche stavolta il pubblico non ne resterà deluso.