Lara Croft non è più una ricca ereditiera un po’ viziata, prosperosa, fin troppo sicura di sé e con sempre la soluzione pronta per ogni ostacolo che le si pone davanti. Oggi Lara è una ragazza minuta, che non vuole accettare la scomparsa del padre avvenuta sette anni prima e per questo non vive dell’eredità che le spetterebbe di diritto ma preferisce arrangiarsi, vivere alla giornata e avere debiti da pagare. Lara Croft non è più Angelina Jolie, ma è Alicia Vikander.

Fatta pace con questo aspetto – e non è detto che ci si riesca – questa pare essere la sostanziale differenza fra il Tomb Raider con la Jolie, fedele alla saga videoludica precedente, e il nuovo film con il premio Oscar Vikander che si ispira chiaramente al reboot che ha coinvolto il videogioco nel 2013. Sullo stesso spunto di trama – un’isola sperduta a largo del Giappone dove si dice sia sepolta una misteriosa e pericolosa antica sacerdotessa – la parola chiave al centro della nuova storia è infatti “sopravvivenza”. Fisica e metaforica.

La sopravvivenza dalla propria famiglia, da ciò che ne resta, dall’isola misteriosa che come nella controparte “game” inghiotte Lara facendola prepotentemente confrontare con i propri limiti. A quale scopo? Alla ricerca della verità, alla ricerca del proprio padre, alla ricerca di un’antica leggenda e di antichi manufatti perduti, alla ricerca di una fonte di guadagno redditizia. Tutto volto a far diventare Lara Croft l’archeologa che tutti conosciamo: un percorso di formazione inserito in una sorta di prequel che non è propriamente tale e forse funziona proprio per questo.

In questo Tomb Raider Lara non è sola contro il mondo, anche se risulta l’unica protagonista proprio come nel videogioco, e nessun altro personaggio conta davvero – nonostante il casting abbia coinvolto nomi come Dominic West, Kristin Scott Thomas e Walton Goggins. La Lara della Vikander è circondata da un “team” ma soprattutto affiancata dalla figura paterna, così come Harrison Ford ne Indiana Jones e l’Ultima Crociata, a cui questo film deve molto.

La regia del norvegese Roar Uthaug è tanto anonima quanto votata al rendere quasi al meglio l’aspetto più propriamente videoludico della pellicola, strutturando le sequenze sull’isola in un continuo arrampicarsi, camminare a filo di roccia, calarsi giù in un anfratto e così via. I fan del videogioco si potranno sentire soddisfatti da quest’aspetto, così come dall’ordine classico ma sempreverde delle sequenze che hanno fatto la fortuna dell’originale Tomb Raider. Dall’ambientazione cittadina-metropolitana-moderna si passa al mezzo di trasporto – in questo caso una barca, ovviamente nel cosiddetto Mare del Diavolo – per approdare infine a quella esotica dell’antica isola inabitata e dimenticata da Dio e dagli uomini, e infine al ritorno a casa. Ma è proprio nella sequenza pre-finale della corsa per uscire in tempo dalle rovine prima che crolli tutto addosso, che lo spettatore può immedesimarsi maggiormente nel videogamer che è in lui e in Lara stessa.

La nuova Lara meno badass e più survivor è, contro ogni previsione quando fu annunciato il film e la sua interprete, promossa. Inserita in un film imperfetto e pieno di cliché, ma così saggiamente strutturato in una sorta di malinconia per gli aspetti più riusciti del videogioco, Alicia Vikander riesce a dare un’anima nuova al personaggio. La sua Lara Croft perde, cade, ansima, fa costantemente fatica, si fa male per davvero, mentre viene messa costantemente alla prova con situazioni al limite del reale, altro aspetto che ha reso il videogioco così famoso negli anni ’90. E ci piace proprio per questo.

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