Dopo aver esplorato l’universo emotivo e visivo di The Frog, cortometraggio di diploma firmato da Simone Paggetti, diamo ora voce ai suoi interpreti principali, Antonio D’Emilio e Giulia Galassi, che nel film vestono i panni di Tommaso e Aurora.

Attraverso le loro parole entriamo nel cuore del processo creativo, tra costruzione dei personaggi, lavoro sul set e aneddoti di riprese immerse nei paesaggi dell’Appennino abruzzese.

Due percorsi artistici differenti che si incontrano in un progetto intenso e carico di tensione emotiva, restituendoci uno sguardo autentico su cosa significhi dare corpo e voce a una storia fatta di memoria, senso di colpa e possibilità di redenzione.

Intervista a Giulia Galassi

Parlaci un po’ del tuo personaggio.

Aurora era l’unica amica di Tommaso quando erano bambini, l’unica di cui lui si fidasse e che non lo considerava “strano”. Quando lei è costretta a trasferirsi con la sua famiglia, Tommaso crolla e in qualche modo il corto parte e si basa proprio su questo crollo di cui non abbiamo contorni chiari e che costringe anche Tommaso a lasciare il paese. Nel corto vediamo come i due amici si ritrovano da adulti, Aurora è già tornata al paese da anni, Tommaso torna per vendere l’albergo di famiglia e fare i conti col suo passato. Aurora questa volta può e vuole stare accanto al suo amico.

Quali sono state le principali difficoltà nel prepararti al tuo ruolo?

In un cortometraggio la difficoltà principale è sempre quella di dover riuscire a raccontare un personaggio in poche scene, poco tempo. Quello che era importante per la nostra storia era riuscire a raccontare il ruolo di Aurora nella vita di Tommaso e quanto lei sospenda il giudizio e voglia solo esserci. Con Simone e Antonio abbiamo fatto delle prove, abbiamo parlato molto di questa relazione un po’ speciale e ci siamo concentrati sul raccontare questo rapporto anche solo attraverso gli sguardi, avendo “poco tempo”, proprio materialmente.

Come sei entrata a far parte del progetto?

Cristiano Di Felice, produttore del corto, ha proposto al regista di farmi un provino per il ruolo di Aurora. Con Cristiano ci conosciamo da molti anni, ero nel cast di uno dei suoi primi cortometraggi da regista, G.O.L.F., nel 2010. Negli anni siamo rimasti in contatto e sono molto contenta di aver potuto di nuovo lavorare con lui e le altre persone della troupe.

Come si è svolto il lavoro con gli altri membri della troupe?

Ecco, appunto! Il lavoro è andato molto bene: la troupe era formata da allievi e ex allievi diplomati a IFA scuola di cinema di Pescara di cui Cristiano è fondatore e direttore artistico ed è un progetto formativo visionario e ambizioso, decisamente riuscito. L’idea di fare cinema “Glocal”, come dice Crisitano, anche fuori dai circuiti “tradizionali” delle metropoli sta funzionando e Cristiano sta formando ragazzi e ragazze che possono essere competitivi sul mercato del lavoro cinematografico e che hanno anche un approccio molto intelligente e umano al set. Questo lavoro è fatto di relazioni oltre che di competenze e su questo set si sentiva che erano entrambe di alta qualità, quindi ho lavorato bene, benissimo. 

Puoi raccontarci qualche aneddoto divertente accaduto durante le riprese?

Sicuramente le salite in seggiovia… Abbiamo girato a Campo di Giove, che è il paese più in alto del Parco Nazionale della Maiella (che per me è “la mia montagna” perché sono nata e cresciuta a Guardiagrele, che si trova sul versante opposto della montagna rispetto a Campo di Giove) e molte scene sono state girate in quota, quindi per salire, noi e i materiali tecnici, dovevamo usare la seggiovia. C’era chi soffriva di vertigini, chi teneva all’incolumità delle ottiche più che alla propria, chi scommetteva sullo svenimento di qualcun’altro. In più erano i primi di marzo e faceva ancora molto freddo, quindi anche io e Antonio avvolti come bachi fra un ciak e l’altro, che a 2000metri ci spostavamo da un punto a un altro del set, credo fossimo molto comici.

Come ti prepari in genere quando devi prepararti a un ruolo?

Non so rispondere precisamente a questa domanda, nel senso che ogni volta, a seconda del progetto e dei tempi cerco un approccio che sia funzionale al lavoro. Quello che faccio sempre è parlare tanto col regista e provo a inserire nella mia quotidianità degli “extra” che non sono miei, ma potrebbero essere del personaggio, magari anche immaginando particolarità che non sono in sceneggiatura ma che mi consentono di sentirmi a mio agio nei panni di un’altra persona. 

In questo caso abbiamo avuto modo di fare delle prove e di farle in location (cosa rarissima, per cui ringrazio molto Cristiano, Simone e tutte le persone di Campo di Giove che ci hanno messo a disposizione gli spazi), quindi ho lavorato molto sulla memoria e provando le scene con Simone e Antonio, così poi sul set siamo andati molto tranquilli.

Quando hai capito che la recitazione sarebbe stata la tua strada?

Anche qui non ho una risposta precisa, ho capito che avrei voluto farlo “per davvero”, dopo un laboratorio all’università, prima era un’idea un po’ astratta e “irraggiungibile”: ero una ragazzina che veniva dalla provincia, venti anni fa era tutto molto diverso e fare l’attrice mi sembrava una velleità senza futuro. Dopo quel laboratorio, che avevo iniziato più per i crediti universitari che con un obiettivo lavorativo, ho capito che stavo bene sempre, sul palco, a fare memoria con la compagnia… Poi ho provato a fare cinema per curiosità e ho capito che era un linguaggio a me più congeniale e che la collettività del lavoro al cinema è unica. Quindi mi sono messa a studiare tanto (senza mai smettere) e ora sono qua. Diciamo che questa è diventata la mia strada senza che lo decidessi in maniera lucida, ma sicuramente non ne avevo (e non ne ho) altre da percorrere.

C’è per caso un film (o più film) che ti ha “cambiato la vita”?

Oddio… quando mi fanno questa domanda il primo film a cui penso istintivamente è “Io ballo da sola” di Bertolucci, ma credo perché l’ho visto in un momento della vita che più o meno coincideva con quello della protagonista e sicuramente ha messo un semino rispetto alla sensazione di come il cinema possa essere uno specchio e una finestra sul mondo, sui sentimenti, e quindi su noi stessi. Poi in generale amo tutta la filmografia di Scola,  Loach, Cassavetes… ma giusto per dirti i primi tre che mi vengono in mente adesso. Sono tanti i film che ci possono cambiare lo sguardo sul mondo, anche rispetto al momento delle nostre vite in cui li guardiamo.

Quali sono i tuoi modelli?

Cerco di non avere modelli da replicare, penso che ogni persona possa e debba cercare il proprio modo di stare al mondo, nella società e anche nel lavoro, soprattutto in questo nostro lavoro che è così competitivo e faticoso psicologicamente, fatto di tanti NO e giusto qualche SÌ. In questo senso credo che avere dei modelli renderebbe molto sterile il lavoro, perché si rischierebbe di sentirsi spesso “non all’altezza”.

Poi se ti devo fare dei nomi, sicuramente Gena Rowlands e Gian Maria Volonté sono per me sono dei fari che brilleranno sempre, per le carriere che hanno avuto, per la modernità e l’autorialità che hanno saputo praticare nel loro lavoro, per certi primi piani che mi rimarranno sempre nel cuore.

Ci sono registi con cui ti piacerebbe lavorare in futuro?

Tantissimi, ti dico i primi che mi vengono in mente senza pensarci: Alice Rorwacher, Matteo Garrone, Xavier Dolan, Joachim Trier.

Al momento stai lavorando a nuovi progetti?

Entro il 2026 dovrebbe uscire una serie tv a cui ho lavorato, ma che è ancora in fase di post-produzioni e di cui non posso dire molto.  Poi sto aspettando alcune risposte, in questo momento un po’ difficile per i tutti i tagli che sono stati fatti al cinema, molte produzioni sono purtroppo rallentate se non del tutto ferme. Confido nel lavoro che stanno facendo le varie associazioni di categoria per sbloccare la situazione, interloquendo con le istituzioni affinché capiscano quanto il cinema, l’arte e la cultura in generale, siano strumenti che possono arricchire materialmente e spiritualmente cittadini e cittadine, molto di più e più a lungo del mercato delle armi, per esempio. 

Intervista ad Antonio D’Emilio

Parlaci un po’ del tuo personaggio.

Tommaso è un ragazzo problematico, avendo vissuto la maggior parte della sua vita portando il peso del senso di colpa per la morte di sua madre. È cresciuto subendo il giudizio delle persone che lo circondavano, rendendolo inizialmente un bambino arrabbiato ed in un secondo momento un adulto insicuro.

La partenza di Aurora è stata, per Tommaso, un momento catartico che lo ha portato a credere di essere effettivamente responsabile dell’accaduto.

Quali sono state le principali difficoltà nel prepararti al tuo ruolo?

L’unica problematica che ho riscontrato è stata la paura di cadere nel banale, ma come tutti i processi di creazione artistica, sapevo che sarebbe stata solo una fase di un percorso che mi avrebbe portato alla realizzazione di un Tommaso più autentico possibile.

Come sei entrato a far parte del progetto?

Seguendo e apprezzando i lavori della scuola IFA da anni, nel momento in cui ho avuto la possibilità di candidarmi per un progetto, non ho esitato nel provarci.

Dopo aver fatto il provino sono stato convocato per un incontro, con mio grande piacere c’è stata una sintonia immediata con il regista Simone Paggetti ed in quel momento abbiamo capito entrambi che sarebbe nata una collaborazione lavorativa e anche una bella amicizia.

Come si è svolto il lavoro con gli altri membri della troupe?

La troupe mi ha fatto sentire subito a mio agio, essendo tutti ragazzi competenti, professionali ed educati, è stata un’esperienza che mi ha fatto sentire, da subito, a mio agio e sicuro che avremmo realizzato un ottimo lavoro.

Puoi raccontarci qualche aneddoto divertente accaduto durante le riprese?

Come ben sapete abbiamo girato nel parco nazionale d’Abruzzo e una scena in particolare è stata girata nel bosco, verso le 5 di mattina.

La ripresa era un campo lungo e la distanza tra me e la troupe era di una cinquantina di metri, quando, ad un certo punto, mi sono reso conto di non essere il solo in scena, perché davanti a me si piazzarono un paio di lupi, un vero e proprio incontro ravvicinato del terzo tipo!

Nel momento in cui mi sono girato per correre via, mi sono accorto che il resto della troupe aveva già iniziato la fuga con gambe e attrezzature in spalla.

È stata una situazione tanto affascinante quanto spaventosa, il tutto seguito da risate e sospiri di sollievo.

Come ti prepari in genere quando devi prepararti a un ruolo?

Dipende da vari fattori, non seguo un metodo specifico, perché per me è tutto in relazione al tipo di lavoro e al personaggio che devo interpretare volta per volta.

Quando hai capito che la recitazione sarebbe stata la tua strada?

Ho capito di voler intraprendere una vera e propria carriera da attore durante il mio percorso di studi di recitazione.

Il cinema mi ha stregato già in tenera età e nel momento in cui ho messo piede su questo “pianeta”, ancora quasi inesplorato per me, è stato come respirare per la prima volta aria pura.

In quel momento ho capito che recitare è un bisogno fisiologico che mi tiene vivo e mi appaga come poche cose.

C’è per caso un film (o più film) che ti ha “cambiato la vita”?

Questa è una domanda molto difficile perché ogni film che ho visto ha lasciato un segno nella mia vita, ma cercherò di essere riassuntivo e limitarmi a quelli più “importanti” per me.

Sicuramente durante l’infanzia mi hanno segnato film come “La spada nella roccia” ed “Hercules”, perché immedesimandomi nei personaggi principali, inizialmente sottovalutati, emarginati o deboli ma che riescono a sfruttare la loro sofferenza come un carburante psicologico per farsi forza e raggiungere i propri sogni, sono cresciuto come un bambino di buon cuore, convinto che con la passione e la forza di volontà avrei raggiunto qualunque obiettivo.

Poi c’è stato “The Mask”, un film che non posso non citare, che ha portato alla luce una comicità nascosta che non sapevo di possedere fino a quel momento e mi ha reso una persona che prende quasi tutto con molta ironia e sarcasmo.

Per non dilungarmi troppo direi che IL CINEMA in sé per sé mi ha cambiato la vita, in tutti i sensi, mi ha avvicinato a tutto e tutti, mi ha dato la capacità di immedesimarmi ed empatizzare, di esprimere le mie emozioni, di saziare la mia curiosità e mi avvicina sempre di più ad una comprensione profonda della vita.

Quali sono i tuoi modelli?

Senza entrare troppo nel dettaglio posso dire che i miei modelli sono attori come Al Pacino, Robert De Niro, Anthony Hopkins, Jack Nicholson, Tom Hanks, Leonardo Di Caprio, Jim Carrey, Robin Williams… ok in realtà ogni vero attore/attrice è un modello per me e da ogni interpretazione ricavo pillole che potrebbero essermi utili nella vita e nella carriera.

Ci sono registi con cui ti piacerebbe lavorare in futuro?

Assolutamente sì, adorerei lavorare con molti registi, ad esempio Scorsese, Nolan, Seth Rogen, ma anche con registi come Gabriele Mainetti, Roberto De Feo, Paola Cortellesi e molti altri.

Al momento stai lavorando a nuovi progetti?

In questo momento sono in una fase di “transizione artistica”, ho detto addio agli spot pubblicitari, per non rischiare di essere etichettato e restringere il campo delle mie possibilità lavorative, come purtroppo succede spesso.

Questo gesto per me è stato come bruciare il terreno per seminare qualcosa di nuovo e, soprattutto, giusto per me e per il mio percorso artistico.

“The Frog” è il primo vero passo sulla strada che ho sempre desiderato intraprendere, dandomi la possibilità di entrare con mani e piedi nel settore a me più incline: il cinema.

Voglio progetti che mi permettano di confrontarmi con generi diversi, ruoli e storie che mi mettano alla prova e mi facciano scoprire lati di me sempre nuovi.

Il mio desiderio di fare cinema nasce dalla passione per l’interpretazione, attraverso ogni ruolo posso dare corpo e voce a storie diverse e vivere infinite esistenze, non c’è niente di più bello per me.