L’anima in pace è il secondo lungometraggio del napoletano Ciro Formisano. Come nel precedente L’esodo, anche in questo lavoro al centro della narrazione c’è la solitudine e le difficiltà economiche di una donna.
L’anima in pace: trama

La donna in questione è la giovane Dora con un carattere chiuso e quasi burbero. Proviene da una famiglia disastrata e consegna la spesa a domicilio, uno dei pochi lavori “legittimati” durante la pandemia.
Dora divide la casa con la madre Lia, una donna naif e inaffidabile, da poco uscita di prigione.
I suoi piccoli fratelli, Massimo e Nunzio, sono ospiti di una famiglia affidataria. Oltre a consegnare la spesa, Dora porta a domicilio un altro tipo di merce: la droga che le rifornisce Yuri, bello e dannato del quartiere e col quale la ragazza ha una relazione tossica.
La vita di Dora sembra avere una svolta con l’arrivo dello specializzando in medicina Andrea che cerca di redimerla e farle immaginare un futuro migliore, tuttavia Dora sembra essere ancorata alla periferia e non ne riesce a varcare i confini.
Come è il racconto pandemico de L’anima in pace?

Mettersi l’anima in pace ovvero rassegnarsi. Il fulcro del film di Formisano è la rassegnazione della protagonista Dora, con un passato difficile tra stupri e abbandoni, un presente dove tutto è precario ed un futuro reso (ancora di più) impossibile da immaginare dalla pandemia.
Dora non è vittima della sua condizione, la accetta passivamente senza lottare e ripudia ogni moto di ribellione che le arriva dall’interno. Aspetta che il cambiamento arrivi da lei e quando a sirene spiegate giunge, incarnato da Andrea, lo desidera, lo fa suo e al tempo ne fugge terrorizzata calamitata dalla periferia e dalla situazione.
I confini durante la pandemia erano ristretti per tutti. Dora non riesce però a superare le barriere, ora economiche, ora sentimentali, ora affettive che le mette davanti l’ambiente in cui vive. Forse per questo e anche in parte grazie al suo pesante lavoro, non sembra soffrire più di tanto neanche il lockdown, soltanto un po’ di insofferenza alla mascherina.
L’unico orizzonte ideale che Dora si pone è quella dell’udienza di affidamento dei fratelli, da quella sentenza si potrà iniziare a progettare un qualcosa.

Formisano mette in scena i mesi di lockdown, con l’intera nazione bloccata in casa, impossibilitata a fare vita sociale e la città deserta. Il momento più toccante ed emblematico è quando Dora e la madre fanno visita alla famiglia affidataria dei fratellini con distanziamento forzato e pugnetti invece di strette di mano.
È interessante come L’anima in pace sia in grado di riportare a galla un rimosso collettivo, che senza dubbio ha segnato in profondità un periodo dell’umanità. Centrata la scelta dei totali deserti e apocaliticci nei quali si muove Dora, meno efficaci sono alcune scelte di regia come il ralenti sul ballo inscenato dalla madre o “lo stallo alla messicana” del finale. Scelte che allontanano un po’ lo spettatore e pongono un impervio confine emotivo.
Dopo la visione de L’anima in pace rimane la buonissima interpretazione di Livia Antonelli (Dora) e il sentore che Formisano, smussando i tratti ancora da esordiente, possa regalare una visione cinematografica non nuova, ma di sicuro interesse.
