Sinners, uscito dall’ombra e assurto ben presto a fenomeno del box office, è ciò di cui il cinema contemporaneo aveva bisogno.

Noi leoni da tastiera – i critici ormai lo sono tutti, volenti o nolenti – lo ripetiamo da più di un decennio: il cinema degli ultimi anni fagocita tutto ciò che incontra, compreso sé stesso.
Con questo non si vuole negare una pur fervida produzione filmica indipendente o, in parte, di quella etichettabile come autoriale, ma da tempo (forse l’ultimo esempio è stato quell’Avatar presto cannibalizzato dalla Disney) il cinema capace di smuovere le masse è stato appannaggio esclusivo di sterili remake, sequel, prequel o franchise.

Consultando qualsiasi classifica del botteghino, infatti, ci si ritrovano decenni dominati da colonne polverose di film dedicati a supereroi o a brand altamente riconoscibili, fino a questo sorprendente 2025 che, con Sinners (I peccatori) prima e con Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson poi, sembra fornirci una flebile speranza (ai vertici rimangono sempre i “soliti sospetti”, sia chiaro) per il ritorno di un cinema popolare originale che sappia appassionare e dialogare con il presente.

Juke joint, zanne e Ku Klux Klan

Scritto, diretto e co-prodotto da Ryan Coogler (che, ovviamente, si è guadagnato un tale controllo creativo proprio grazie al successo di Black Panther), Sinners segue il ritorno nel Mississippi dei gemelli “Smoke” e “Stack” Moore (un doppio Michael B. Jordan che ricorda gli eroi muscolari del cinema anni Ottanta) dopo aver fatto una piccola fortuna nella malavita di Chicago.

Tornati tra i campi di cotone dove la schiavitù è ancora imperante, i due acquistano da loschi schiavisti un capannone in cui inaugurare un juke joint dove possa suonare il prodigioso cugino Sammie (Miles Caton) e in cui la comunità afroamericana locale possa trovare svago. Durante la serata inaugurale, però, l’eccezionale blues del ragazzo richiama l’attenzione anche di un assetato vampiro irlandese (un Jack O’Connell da ricordare).

Emarginazione e vampirizzazione culturale

Il blues non ci è stato imposto come la religione. Ce lo siamo portato da casa.

Delta Slim in Sinners

Nipote messo a lucido della Blaxploitation, Sinners recupera la folgorante critica di un razzismo negrofilo che Jordan Peele aveva già elaborato elegantemente in Scappa – Get Out; nel film di Coogler, però, l’appropriazione culturale è quella di un demone su una musica intonata come una formula magica. Un canto che non solo ha il potere soprannaturale di mettere in dialogo la vita e la morte, ma è anche gravido di un’eredità culturale e di un senso di appartenenza dalle proprietà salvifiche.

Ma se il vampiro, il personaggio probabilmente più memorabile della pellicola, è soltanto un altro emarginato (in quanto morto vivente e in quanto immigrato irlandese) che coltiva il sogno quasi socialista di creare attraverso il suo morso una comunità egualitaria in cui gioire della musica di Sammie, il vero nemico resta quel razzismo viscerale americano che aveva acconsentito alla nascita del juke solo per tendere un’imboscata.

Sinners: il passato e il presente della cultura afro

L’opera di Ryan Coogler non ha (ancora) la raffinatezza di Peele, eppure con la sua ultima pellicola e la sua travolgente sequenza musicale centrale è riuscito a consustanziare tutta la cultura afrodiscendente in un piano sequenza che, per potenza visiva, ricorda il celebre montaggio di 2001: Odissea nello spazio; al contrario di quest’ultimo, però, gioca sul montaggio interno, sul montaggio proibito teorizzato da Bazin, sollecitando proprio l’occhio e l’orecchio dello spettatore a tenere insieme passato e presente.

Sinners: la rinascita del cinema popolare

Quello di Sinners, dunque, è un cinema che, come recentemente in Anderson, ritrova la sua originaria forza mitopoietica, riscoprendosi capace di parlare e plasmare il nostro presente. Se Una battaglia dopo l’altra lo fa partendo dalle allucinatorie narrazioni di Pynchon (divenute oggi inquietantemente pregnanti), I peccatori lo fa invece ricorrendo agli stilemi del genere, a una colonna sonora d’eccezione e ai muscoli carismatici del proprio protagonista, giungendo infine a un cinema popolare che oggi sembra una rivoluzione: un cinema tanto semplice e diretto, quanto intelligente e stratificato.