Chi è Carla Simon?
Regista e sceneggiatrice spagnola, Carla Simon si è fatta conoscere dal grande pubblico con Estate 1993, che ha ricevuto una candidatura per gli Academy Awards e Alcarràs, premiato con l’Orso d’oro alla 72^ edizione della Berlinale. Nei suoi film cerca di ripercorrere la sua vita mescolando autobiografia e finzione e anche Romería ne è un bell’esempio.
Romería: un viaggio a due tra ricordi e scoperte
Ultimo lavoro di Carla Simon, Romería racconta il viaggio di Marina, una giovane in cerca del suo passato, del riconoscimento come figlia dei suoi genitori biologici e dei luoghi dove la storia d’amore di sua madre e suo padre è nata e cresciuta fino a consumarsi e consumarli.
Carla Simon ad Alice nella città
Durante la Festa del Cinema di Roma, in occasione della terza edizione dei Womenlands Excellence Award, l’evento organizzato da Alice nella città, che premia le eccellenze femminili di spettacolo, cultura, attivismo e imprenditoria, abbiamo incontrato Carla Simon per farci dire di più sul suo ultimo lavoro, Romería, presentato quest’anno al Festival di Cannes.
Le nostre domande a Carla Simon

Romería è un film quasi autobiografico, c’è molto di te e della tua vita, la tua protagonista ti somiglia sia per la perdita dei genitori a causa dell’AIDS sia per la costante ricerca del proprio passato, cos’altro lega te e Marina?
Sì, Marina è molto simile alla me teenager, sia per il suo carattere sia per il viaggio che intraprende nel film, un viaggio pieno di curiosità e voglia di capire il suo passato; in un certo senso possiamo dire che lei stia quasi investigando, per il modo che ha di passare da un personaggio all’altro della sua nuova famiglia, per il suo modo di conoscerli senza troppe domande, senza giudicare e proprio questo è il modo in cui ho intrapreso, all’epoca, il viaggio alla scoperta della mia famiglia e delle mie origini. In questo io e lei siamo molto simili.
C’è un punto nel film in cui la protagonista, Marina, si domanda se condividere lo stesso sangue con qualcuno ti renda parte di una stessa famiglia, ecco questa domanda vorrei rivolgerla a te, perché immagino te la sia posta anche tu anni fa, come risponderesti oggi?
Questa è una domanda difficile, diciamo che è una domanda che non ha una vera e propria risposta; sì, anch’io mi sono posta la stessa domanda quando cercavo di rimettere insieme i pezzi della mia famiglia e forse ti direi di no, condividere lo stesso sangue non ti rende parte della stessa famiglia, però, allo stesso tempo, è vero che è importantissimo conoscere da dove si viene per creare la propria identità, per conoscere le proprie radici e chi siamo davvero; quindi sì, credo che per scoprire se stessi, in qualche modo, ci si possa sentire di “appartenere” ad una famiglia, ma non è una questione di sangue, credo.
Nel film hai creato, attraverso un sogno, un incontro tra Marina e i suoi genitori, a questo proposito vorrei chiederti: perché hai deciso di utilizzare gli stessi personaggi per i ruoli di Marina e Nuno (suo cugino) e per i giovani genitori?
Sostanzialmente perché quando provo ad immaginare i miei genitori non ho un’idea chiara in testa, tantomeno a livello cinematografico, ho qualche foto di mio padre, qualcuna di mia madre, ho dei video, ma non ho un vero e proprio archivio di famiglia dal quale attingere. Così ho realizzato che noi vediamo le cose attraverso quello che già conosciamo e, in Romería, tutti dicevano a Marina quanto lei somigliasse a sua madre e come suo cugino navigasse bene come suo padre, quindi, in qualche modo, per lei è stato come un processo naturale quello di immaginare i suoi genitori attraverso se stessa e suo cugino e lo stesso ha fatto con le immagini, con i paesaggi che vedeva e i luoghi che visitava, tutta la sua immaginazione del passato passa per qualcosa che lei stessa ha visto o vissuto.

A tal proposito, possiamo dire che in Romería esistano due diari che si muovono in parallelo? il diario della mamma di Marina, pieno di pagine e ricordi, e il diario della protagonista realizzato attraverso i suoi video giornalieri?
Si, è proprio così, sono due diari che s’intrecciano; quello di mia madre è pieno di lettere che lei ha scritto nel tempo, e queste per me sono molto più importanti delle foto perché, in un certo senso, è come se riuscissi a sentire la sua voce, i suoi racconti e le sue emozioni di quei momenti…è come se lei mi parlasse, come se mi raccontasse la sua vita. Quindi, tornando ai diari, mi è piaciuta l’idea di mescolare la voce della madre con quella di Marina per intrecciare i loro modi di vedere le stesse cose, gli stessi luoghi, le stesse persone, in un certo senso il loro modo di vedere lo stesso mondo.
Parlando di luoghi: nel film ci sono moltissime inquadrature di paesaggi, c’è mare ovunque e la Galizia è la protagonista indiscussa delle tue riprese e di quella che fa Marina con la sua telecamera; cosa rappresenta il mare per te, ma soprattutto cos’è per te la Galizia?
Mio padre era galiziano, di Vigo e anche la sua famiglia, negli anni ’80 anche mia madre ha trascorso molto tempo lì perché Vigo in quegli anni era una città piena di movimento, di musica, era lì che accadevano le cose e, quindi, era un bel posto in cui essere giovane. Mio padre navigava e mia mamma raccontava tutto nelle lettere che inviava ai suoi amici, parlando di lui, di loro, del mare, e in un certo senso per me il mare rappresenta la storia d’amore dei miei genitori, la libertà che loro hanno assaporato in quegli anni, loro erano bambini durante la dittatura di Franco e quando la democrazia è arrivata loro hanno abbracciato totalmente questo senso di libertà, vivevano nel presente e quasi senza conoscere le conseguenze della droga, di quella vita, c’era solo libertà.
Il film ci ricorda costantemente che ci sono sempre molte versioni diverse della stessa storia e della stessa persona, tutto si basa su diversi ricordi, diversi sentimenti e diverse sensazioni; anche tu hai condiviso quest’esperienza con Marina, dovendo ricostruire un puzzle di pezzi tutti diversi o, in un certo senso, per te è stato un po’ più facile?
No, non è stato affatto semplice, anzi, la mia storia è stata esattamente come quella di Marina in Romería; sai, i ricordi funzionano in un modo molto interessante e quando noi proviamo a ricordare non ricordiamo il fatto in sé ma, piuttosto, l’ultima volta che l’abbiamo ricordato, quindi il ricordo continua a cambiare, e lo fa anche in base alle emozioni che ci legano a quella storia, ed è proprio per questo che a volte la storia non combacia, non torna, non è mai uguale…questo mi ha fatto pensare molto al fatto che se i miei genitori fossero stati ancora vivi forse loro avrebbero potuto raccontarmi la loro vera storia, la loro vita, ma comunque Romería fa proprio questo: quando non hai dei ricordi chiari puoi sempre provare ad inventarli, per me è stato molto liberatorio creare queste immagini dei miei genitori, immagini che non ho ma che ho creato attraverso un film, il mio film.
L’ultima domanda prima di salutarci: oggi, dopo Romería, pensi di avere abbastanza ricordi o immagini dei tuoi genitori? senti di aver rimesso insieme i pezzi?
Io penso di sì; certo, penso che questa sia una ricerca che non finisca mai finché sei vivo, ci sarà sempre qualcuno che mi dirà qualcosa di nuovo sui miei genitori, ma penso che, in qualche modo, io oggi mi senta più libera, soprattutto più libera di accettare che alcune cose non le saprò mai, ma potrò comunque andare avanti con la mia vita.
