Il 13 gennaio del 1972 è una data storica per la black music: Aretha Franklin incide Amazing Grace.
Nella Città degli Angeli, quella narrata da James Ellory e Chandler, la città del basket e del rap, delle star del cinema e delle bande di strada, presso il Nuovo Tempio della Chiesa Battista, sta per compiersi un miracolo musicale.
Aretha Franklin è la voce per eccellenza di quegli anni, è la Regina del Soul, ha portato quel sound in vetta alle classifiche in tutto il mondo, ha spezzato barriere, è simbolo di femminismo e lotta per i diritti civili.

In quell’inizio di anni 70, si è accorta che il soul e l’R’n’B stanno perdendo terreno, la grande corsa “nera” ha perso smalto, il rinnovamento della contestazione anche musicale ha smesso di correre. Allora decide di incidere un album dal vivo, che si connetta ad una sua nuova dimensione artistica dove dominare vi è maggiormente presente il gospel.
Lei con quella musica c’è cresciuta, il padre era predicatore e pastore battista, l’ha tirata su a Detroit con il coro della Chiesa e con le note. Aretha decide di incidere la sua nuova creatura lì, e la Warner Bros., fiutando la storicità dell’evento, le mette dietro Sidney Pollack ed una troupe per immortalare il tutto. Nasce così Aretha Franklin – Amazing Grace, il più grande album gospel di sempre, che dà il titolo a questo film.

Con Young, Gifted and Black, Aretha ha venduto molto, l’anno prima, le verrà data a breve anche un Grammy. Tuttavia avverte pesante il materializzarsi di un percorso artistico sempre più commerciale che rifiuta. Per il resto del decennio, anche a costo di vendere e piacere meno al grande pubblico, si riconnetterà con se stessa e le sue radici, con ciò che per lei è importante.
Ecco perché è in quella Chiesa, con qualche decina di persone a guardarla meravigliata. Amazing Grace il suo album, vede la collaborazione con un grande del gospel, James Cleveland e con lui vi è anche il Southern California Community Choir diretto da Alexander Hamilton, forse il coro più importante della nazione.

Il film, documento magnifico e prezioso realizzato da Pollack, purtroppo per 47 anni non ha potuto vedere la luce ed il perché è molto profano: la tecnologia di quegli anni ’70 non permise al grande regista, di fondere in modo abbastanza efficace video ed audio. Il fuori sincrono evidente fu risolto nei primi anni 2000, quando il produttore Alan Elliott riprese in mano il lavoro di Pollack e dopo 18 anni e una polemica con gli eredi della Franklin finalmente Aretha Franklin – Amazing Grace vide la luce del proiettore.

Ora finalmente anche in Italia possiamo vedere il più importante contenuto audiovisivo mai creato su quella che molti hanno definito la più grande voce di tutti i tempi.
Ella Fitzgerald non fu altrettanto rivoluzionaria, Beyoncé si è persa un po’ per strada, Whitney Houston fu maciullata dalla droga. Aretha no, sopravvisse al cambio di mode, alle tentazione del jet set, persino ai pericoli dell’età che avanzava e al fumo che le danneggiò la voce.

Quella voce che in Amazing Grace parte con “Wholy Holy” di Marvin Gaye, per poi andare a recuperare il meglio della musica sacra. “What A Friend We Have In Jesus”, “Never Grow Old”, “Mary”, “Take My Hand Precious Lord” scaldano il pubblico assiepato in quel piccolo luogo di culto come non mai.
Ci sono bianchi, neri, con i loro look pacchiani che abbiamo conosciuto nei telefilm di quegli anni o nelle foto dei nostri genitori.

Pollack si aggira con fare frenetico e preciso, cerca in tutti i modi di portarci dentro quella platea, dove ad un certo punto vediamo anche Mick Jagger, prima in disparte poi al centro, in quel 1972 che segnò una svolta non da nulla nella storia degli Stones.
Aretha è lì, sul palco, non scambia parole con nessuno che non sia la sua band, Cleveland o quel microfono, eppure è capace di creare un’alchimia divina, di spezzare la diga di lacrime dei volti di chi l’ascolta, con quel suo sguardo tra il freddo e il circospetto.
Solo quando il padre, il reverendo Franklin, parla dal microfono, pare fatta di nuovo di carne, umana come gli altri, si concede qualche lacrima non musicale. Poi ecco che arriva la sua Amazing Grace.

Canto tra i più leggendari del gospel, qui è l’apice di un’esperienza collettiva che Pollack rende in modo perfetto. Undici minuti dei suoi occhi che battono come un’ala di colibrì, della sua voce, la più pazzesca di sempre, che cantano le lodi di quel Signore che nelle loro mente, guidò i passi di King e l’esodo dall’Egitto con egual furore.

Davvero un peccato che per tutto questo tempo Aretha Franklin – Amazing Grace sia rimasto lontano dalle sale. Perché anche se non si ama la black music, se si è ben poco edotti nel gospel o in lei, la visione è affascinante, seducente, fortissima nella sua componente emotiva.
Fornisce anche un elemento di non indifferente riflessione su quanto il rapporto tra artista, musica, libertà espressiva e soprattutto dimensione comune con il pubblico, si sia persa, in nome del disimpegno più totale e scarno, della commercialità più terribile.

Aretha vendette milioni e milioni di dischi in tutto il mondo, lo fa ancora dall’aldilà. Ma donava qualcosa in più di mera musicalità, in lei vi era coraggio, impegno, contenuti e sperimentazione. O forse vi era anche in noi, in quegli anni 70 turbolenti ma vitali, molto diversi da questo XXI secolo così arido e ripetitivo.