Primo lungometraggio del regista Mattia Riccio, La figlia del bosco è un horror psicologico che riflette, ribaltando i ruoli, sul rapporto tra uomo e natura.
Dal 7 aprile su Prime Video e Tim Vision, La figlia del bosco, prodotto da Vinians Production e distribuito da Minerva Pictures, s’inserisce nel filone del cosiddetto eco-vengeance, sottogenere dell’horror in cui la natura, vendicativa e matrigna, si riprende i suoi spazi e chiede conto all’uomo dei suoi errori. Nel film d’esordio di Mattia Riccio a vendicarsi, e quasi a prendersi gioco dell’uomo è, come dice lo stesso titolo, La figlia del bosco, un essere dalle sembianze a metà tra umane e naturali, capace di manipolare la mente dei protagonisti fino a ridurli all’involucro di se stessi. In bilico tra una vecchia leggenda e una disturbante realtà, il film è un viaggio oscuro in una foresta senza fine, resa labirintica anche dal continuo ripetersi di spazi naturali sempre uguali a se stessi (che sfiorano il limite della monotonia visiva) che sembra, sin dal principio, voler annientare ogni traccia di chi la profana.

Una trama semplice per un messaggio più che attuale
Mattia Riccio, regista trentenne con all’attivo diversi cortometraggi e il mediometraggio Yuria, con il suo primo lungometraggio La figlia del bosco cerca di portare sullo schermo le conseguenze dell’atteggiamento umano, sempre più inconsapevole e sprezzante verso ciò che lo circonda. Il film, con una trama molto essenziale, si concentra sul protagonista Bruno, un cacciatore esperto che, perso l’orientamento, si ritrova da solo in un fitto bosco, mentre la notte sta per arrivare. Sarà un canto femminile a fargli da guida conducendolo fino ad una casa che sembra essere stata piazzata lì unicamente per lui, come fosse in attesa di “accoglierlo”, ancora e ancora in questo incubo.

Da qui il racconto si fa cupo, disturbante ed estraniante, quasi come a piegarsi su se stesso, facendo perdere al protagonista, e al pubblico con lui, il senso del tempo e dell’orientamento, in un ripetersi di fughe e ritorni senza alcuna via d’uscita. Bruno è solo, tranne per un paio di incontri fortuiti con due capi scout finite anch’esse nella trappola del bosco, ed è proprio questo senso di isolamento a far vacillare le sue certezze: quello che vede e sente è vero? troverà mai la strada del ritorno? E probabilmente la risposta è proprio in quel fucile che porta sulla spalla e con cui pone fine, arbitrariamente, alla vita di animali indifesi, solo per dar sfogo alla sua passione. Non c’è redenzione per lui, non c’è ombra di perdono, solo un cadere sempre più nelle mani della natura, qui madre-matrigna che punisce i suoi figli più cattivi.
La figlia del bosco: un esordio incerto ma con buone intenzioni

Con un budget ridotto e solo due settimane di riprese, La figlia del bosco di Mattia Riccio sembra un lavoro riuscito a metà: è ottimo nei suoi intenti e nel voler presentare uno scontro uomo-natura (sempre più attuale) in cui l’uomo è destinato a soccombere, si presenta come un film di denuncia, una sorta di sensibilizzazione al tema ambientalista reale che si mescola con l’horror immaginato. Anche la fotografia, che qui alterna i colori cupi, tipici dell’horror, a colori più accesi da fiaba dark, riesce ad enfatizzare, in alcuni punti più di altri, quelle sensazioni di straniamento proprie dei personaggi dispersi in quel nulla che aspetta solo di vendicarsi. E ancora le musiche che accompagnano la narrazione con violini, percussioni, gemiti soffocati e cori che sembrano giungere da mondi lontanissimi, risultano il contorno perfetto per una storia che si apre e si chiude con la perdita di sé e del mondo che ci circonda. Eppure, nonostante le note positive, La figlia del bosco, probabilmente proprio perché segna l’esordio del giovane regista, risulta macchinoso e con qualche criticità che rende difficile la totale immedesimazione con i personaggi della storia. Proprio i personaggi, qui con una recitazione molto carica, a tratti teatrale nei toni ma monoespressiva nei volti, rompe quel senso di realtà che la pellicola dovrebbe restituire, creando una distanza tra ciò che si dovrebbe percepire e ciò che arriva allo spettatore che, soprattutto in un horror, finisce per spegnere quel senso di inquietudine tanto ricercato dalla pellicola.

La natura qui è presentata come vendicativa, pronta a uccidere e a spingere al limite chi osa calpestarla, è ovunque e da nessuna parte e mostra il volto solo a coloro a cui sta per prendere la vita; eppure, la resa cinematografica della stessa Figlia del bosco risulta scarna, appena accennata, con qualche ciuffetto di muschio sul corpo e rami nei capelli, il che è un peccato perché si sarebbe potuto osare di più e giocare con qualcosa di più spaventoso, o comunque capace d’impressionare lo spettatore che ha atteso 80 minuti per trovarsi faccia a faccia con la sua vendetta. Ad ogni modo, nonostante incertezze e problemi, in parte dovute anche al piccolo budget a disposizione, il messaggio del film resta valido, forte ed educativo: l’uomo è parte della natura, pertanto dovrebbe imparare a conviverci e smettere di volerla dominare ad ogni costo.
