A causa del mockumentary di Taika Waititi e Jemaine Clement, i vampiri sono passati dall’essere creature gotiche a coinquilini imbranati con problemi di convivenza.
Da sempre il vampiro abita l’immaginario come creatura di paura e desiderio. Ma What We Do in the Shadows ribalta il mito: niente castelli in Transilvania, solo una casa malridotta a Wellington e coinquilini immortali alle prese con faccende domestiche.
Il successo inaspettato del film del 2014 è stato tale da dare vita a una serie TV di culto, capace di espandere quell’universo grottesco e irresistibile.
Un mockumentary che trasforma l’oscurità in commedia, mescolando gotico e quotidiano, risate e mistero. Perché dietro la parodia, questi vampiri goffi ci ricordano che ridere dei mostri – e di noi stessi – è forse l’unico modo per esorcizzare l’eternità.
Un’idea semplice quanto geniale: What we do in the shadows

Quando nel 2014 al Sundance spuntò What We Do in the Shadows, nessuno immaginava che quel piccolo mockumentary neozelandese potesse trasformarsi in un fenomeno globale.
L’idea è tanto semplice quanto rivoluzionaria: quattro vampiri convivono in una casa fatiscente di Wellington e vengono seguiti da una troupe documentaristica.
Il risultato è una collisione perfetta tra l’aura nobile e gotica dei vampiri e la banalità quotidiana: faccende domestiche, feste imbarazzanti, litigi sulle pulizie di casa.
Un’ironia asciutta, quasi minimalista, che nasce dal contrasto fra la grandiosità del mito e la modestia delle situazioni.
Ma dietro questa semplicità narrativa si nasconde una vera operazione critica.
Waititi e Clement non si limitano a fare parodia: smontano l’immagine del vampiro come figura glamour e temibile, mostrandolo per quello che diventa nel XXI secolo — un coinquilino scomodo, eternamente fuori posto.
What we do in the shadows: il mito ribaltato

Tradizionalmente, il vampiro è simbolo di potere, di erotismo, di alterità inquietante.
Da Dracula di Bram Stoker fino alle riletture hollywoodiane, passando per il romanticismo di Anne Rice, il vampiro ha sempre incarnato desiderio e terrore.
What We Do in the Shadows prende questa eredità e la rovescia con un gesto di comicità corrosiva: i vampiri di Waititi e Clement non seducono, non spaventano e spesso non riescono nemmeno a imporsi su un tassista.
L’uso del linguaggio del mockumentary (Non pensate a Cannibal Holocaust o alla saga di Rec, ma a The Office o This is Spinal Tap) rafforza il ribaltamento. Lo sguardo documentaristico conferisce realismo a situazioni che sarebbero assurde, amplificando la comicità. Allo stesso tempo, quella macchina da presa che osserva i vampiri nella loro intimità li umanizza, rendendoli vulnerabili, quasi patetici.
Un film tra ironia e filosofia

Al di là della risata, il film lavora anche su un piano più profondo. La convivenza forzata dei vampiri richiama i microdrammi delle comunità moderne: dalle case condivise degli studenti ai reality show televisivi. È come se i vampiri fossero un’allegoria della generazione incapace di adattarsi, bloccata tra nostalgia per il passato e spaesamento nel presente.
C’è chi ha letto il film in chiave filosofica: vampiri come incarnazioni dell’“eterno ritorno” nietzschiano, costretti a ripetere rituali vecchi di secoli senza riuscire a dare loro un nuovo significato. E c’è chi, con un occhio politico, ha visto nel film una satira della crisi d’identità occidentale: creature un tempo potenti ridotte a figure marginali, incapaci di incidere sul mondo.
Un umorismo globale e locale

Un altro aspetto geniale è il radicamento culturale. L’ambientazione neozelandese non è casuale: i vampiri, con le loro maniere arcaiche e la loro goffaggine, cozzano con la quotidianità tranquilla e provinciale di Wellington. È un cortocircuito che fa ridere, ma che dice anche qualcosa sull’identità culturale neozelandese: sempre a metà tra periferia del mondo e ribalta globale (si pensi al successo di Peter Jackson e dello stesso Waititi).
Così il film si muove su più livelli: la commedia slapstick, la satira sociale, la riflessione culturale. Non distrugge il mito del vampiro, ma lo rende finalmente accessibile a chiunque, togliendogli l’alone di sacralità per restituirlo al terreno più fertile: quello della comicità.
Conclusione: vampiri come noi

Alla fine, il segreto di What We Do in the Shadows è semplice: prendere creature immortali e metterle di fronte ai problemi più banali, dalle pulizie di casa alle delusioni amorose. Il risultato è irresistibile: un mix di gotico e sitcom che ha conquistato prima il cinema e poi la TV, trasformando il mito del vampiro in uno specchio ironico delle nostre vite.
Dopo tutto, chi non si è mai sentito un po’ come Viago, Vlad o Deacon? Eternamente fuori tempo, goffi, spaesati davanti al mondo moderno. Forse è proprio questo che rende il film così universale: dietro le zanne e i mantelli c’è solo il ritratto, buffo e tenero, della nostra eterna goffaggine umana.
FAQ su What We Do in the Shadows

Perché è considerato innovativo?
Perché unisce il linguaggio del documentario realistico al mito gotico del vampiro. Al posto del terrore, però, c’è la comicità: i vampiri discutono di faccende domestiche, frequentano locali notturni e vivono come coinquilini normali, ma fuori dal tempo.
Che tipo di comicità utilizza il film?
Il film si basa sull’umorismo deadpan (serio e impassibile anche nelle situazioni più assurde), mescolato a gag visive e situazioni di imbarazzo quotidiano. La parodia è sottile: non distrugge il mito, ma lo ridimensiona, rendendolo buffo e umano.
Chi sono i protagonisti principali?
- Viago: il dandy romantico e sentimentale.
- Vladislav: l’ex conquistatore decaduto.
- Deacon: il ribelle inconcludente.
- Petyr: l’antico vampiro in stile Nosferatu.
C’è un legame con la serie TV?
Sì. Il successo del film ha ispirato la serie omonima prodotta da FX nel 2019, che mantiene lo stile mockumentary ma amplia l’universo narrativo, con nuovi personaggi e un’ambientazione a Staten Island (USA).
Il film è stato girato con grandi budget?
No, anzi. È nato come progetto indipendente e parte dei fondi è arrivata dal crowdfunding, a dimostrazione dell’entusiasmo dei fan già prima dell’uscita.
È solo una parodia o anche una riflessione?
Non è solo una parodia. Dietro le risate, il film parla di difficoltà generazionali, di amicizia e di inadeguatezza di fronte al mondo contemporaneo. In altre parole, i vampiri ci assomigliano più di quanto pensiamo.
