Prima di poter parlare di È Stata la Mano di Dio è oppurtuno ricordare una cosa: quando sul palco della Academy, Paolo Sorrentino dedicò l’Oscar di Miglior Film Straniero appena conquistato a Diego Armando Maradona, in molti si interrogarono sul significato di tale cosa: la maggior parte vide nel gesto un’inelegante dimostrazione di campanilismo, quasi una caduta di stile in salsa partenopea, per un regista che in realtà con La Grande Bellezza, aveva omaggiato la Caput Mundi.
Tale teoria viene completamente distrutta dall’ultima fatica del regista, dal suo film più intimo e audace, ma anche il più distante dal punto di vista stilistico e dalla sua poetica rispetto ai precedenti.

Molti magari si aspetteranno un film su di lui, su Maradona, o comunque una sua presenza massiccia all’interno dell’iter narrativo, ambientato proprio in quell’anno in cui il mancino più famoso del calcio, sbarcava a Napoli, per cominciare a creare la sua leggenda.
Sorrentino invece mette in piedi quella che è un’autobiografia totale. Il suo volto di sedicenne è quello del giovane e bravissimo Filippo Scotti, Fabietto, ragazzo complicato, solitario non per scelta ma perchè vittima delle circostanze.
La sua vita, viene sconvolta nel giro di pochi mesi: prima dalla zia, la procace e disturbata Patrizia (Luisa Ranieri) che assurge simbolo di un eros tossico, poi dall’arrivo di Maradona, infine dalla tragica scomparsa dei genitori; eventi che distruggeranno tutto ciò che lo lega a Napoli e al suo passato.

Sorrentino in È Stata la Mano di Dio sfrutta fino all’ultimo la straordinaria chimica tra Toni Servillo e Teresa Saponangelo, i due genitori di Fabietto, per inquadrare un ritratto tenero e giovanile, ma anche pieno di misteri e di dolori mai del tutto arginati.
Se nel passato Sorrentino si era connesso soprattutto a Federico Fellini, alla sua dimensione in cui sogno e realtà si uniscono fino ad essere indistinguibili, così come con il cinema di Scola e (in parte) di Leone a livello tematico, qui, nel rivendicare la sua indipendenza di forma e pensiero, è fortissima è la connessione con il grande Eduardo De Filippo.

La sua Napoli non è quella dello stadio San Paolo o di Diego in primo piano, non è quella tanto dei camorristi e dei ragazzi di strada, delle “segnorine” o della melodia, ma quella della famiglia, così come il grandissimo drammaturgo e attore ha sempre fatto.
Tale elemento si connette al circo impazzito della maschere di carne, le marionette, le pupe, i guappi, i ridicoli mestieranti che Sorrentino tanto ama, creando di fronte a noi la distruzione del concetto di famiglia cinematografica italiana.
I parenti non sono serpenti, sono draghi, iene, sciacalli a cui però non si riesce a voler male perché poi, di fronte ai fatti più gravi o più leggeri, si riscoprono uniti, parte dello stesso universo per quanto separato da luci egoistiche.

In tutto questo marasma, Fabietto scopre cosa sono i sogni in uno stadio, la sua insicurezza, la volgarità di un mondo materialista e senza pietà, il sesso come ossessione e desiderio carnale slegato dal sentimento e la terribile distanza che si può creare in breve verso ciò che eravamo.

È Stata la Mano di Dio ci spiega perché Sorrentino è diventato tale, perché il suo cinema è così feroce e pieno di sconfitti, di uomini intrappolati nel loro passato, di donne connesse alla maternità e riparate in qualche rifugio.
Non ha la potenza barocca de La grande bellezza o l’intima malinconia de L’uomo in più, è slegato dal suo percorso, ma è un film vero, vivo, vibrante, doloroso ed assieme divertente.

Per quanto sfilacciato nel finale, forse indeciso su quale realtà mostrarci in definitiva, è un’opera che conferma il coraggio del suo autore, nel portarci dove ciò che più di scabroso e di inconfessabile si nasconde nel nostro cuore.
Non è la classica Napoli raffigurata mille volte sullo schermo, ma la sua Napoli, ciò che Partenope per lui rappresentava, l’occasione perduta di una vita più vera che dovette abbandonare, l’origine di un vuoto che solo la cinepresa ha colmato, il dettaglio di un punto di vista inedito su una città unica, con le sue luci e le sue ombre, la sua nobiltà e la sua misera.