Per la sua opera prima da regista, Ed Harris, attore statunitense (Apollo 13, A Beautiful Mind) sceglie e dedica un’emozionante biografia a uno dei pittori più innovativi e avanguardisti del dopoguerra americano: Jackson Pollock.

Harris si cimenta con un soggetto molto arduo infatti Pollock era un pittore con una personalità introversa, passionale, istintiva ed estrema. L’attore, per calarsi meglio nelle vicende dell’artista decide egli stesso di interpretarlo. Il film è tratto dal romanzo biografico di Gregory Naifeh e Steven Whitesmit (anche autore della sceneggiatura) e fu presentato al Festival di Venezia nel 2000 dove la straordinaria Marcia Gay Harden si aggiudicò il premio di migliore attrice non protagonista nei panni di Lee Krasner, pittrice e moglie di Pollock.

La pellicola apre, fin dai primi minuti, uno squarcio nella vita dell’artista, come un occhio intimo che narra la sua ascesa, inglobando catartici momenti di crescita stilistica e tragici attimi della vita quotidiana di un pittore in balia dell’alcolismo e della sua stessa arte. Il regista racconta Pollock in maniera tutt’altro che didascalica, come solitamente accade nel genere biografico, e lascia la personalità del pittore libera di emergere attraverso le pulsioni, gli sfoghi improvvisi e la passionalità quasi incontrollata: una furia emotiva e creativa caratterizza tutta la pellicola rendendola un’opera narrativa totalmente lontana dall’immagine-cliché dell’artista “maledetto” che spesso viene appiccicata a Pollock. Fin dall’inizio si intravede una sapiente regia e un protagonista pienamente calato nel personaggio (anche per somiglianza fisica).Pollock Harris

Il film ha un punto di vista quasi inedito: quello dell’attore protagonista regista di se stesso, caparbio e determinato nel raccontare un uomo dedito all’arte, il quale, solo grazie ad essa, riesce a capire, comprendere e soprattutto ad accettare l’impeto emozionale che lo ha tormentato fino alla morte, a soli quarantaquattro anni, durante una folle e fatale corsa in automobile.

Subito lo spettatore, anche il più scettico o poco incline alle avanguardie, è attratto verso la vicenda, guardare il Pollock di Harris è come assisteread una narrazione dell’ Io distaccato dell’artista: l’obiettivo della telecamera diventa l’occhio del pittore, ci si immerge interamente dentro il processo creativo e nella stessa intensa simbiosi che Pollock istaura con le sue opere.

Il regista ripercorre l’esistenza dell’artista americano fin dall’origine della consapevolezza artistica, attraverso gli aneddoti della sua vita eludendo e non cadendo mai nell’idealizzazione. L’indole introversa e incontrollabile diventa uno strumento per poter raccontare egregiamente la sua vita: gli attacchi isterici, le liti furiose con la moglie (impetuosa e passionale quanto fedele estimatrice di Pollock sia come uomo che come artista) e anche le scene folli, come il gesto di orinare nel caminetto di un’indignata ma consapevole Peggy Guggenheim durante una festa con critici e pittori, non risultano mai esasperate o stereotipate.

pollock immagine 2Il ritratto che ci viene offerto è quello di un artista prima di tutto umano, con debolezze e paure, dedito e completamente assorbito dal suo processo creativo che raggiunge spesso la tensione massima fino ad arrivare finalmente allo snodo decisivo, la rivoluzione catartica che dà a Pollock la fama e la stima eterna: la rivoluzione dell’action painting. Da questo momento in poi la storia dell’arte è nuovamente segnata da un punto di svolta, uno sconvolgimento stilistico che segnerà profondamente le avanguardie future e l’approccio artista/opera. Pollock interviene sulla tela a 360°, con tutto il corpo, camminando attorno alla superfice pittorica come fosse un leone attorno alla preda, liberandola solo quando il suo destino è stato compiuto e Harris attore lo inscena magistralmente.

Nel film tutto è presente, nulla sfugge al regista, dall’esclusivo e decisivo rapporto con l’eccezionale Peggy Guggenheim che vide in lui il riformatore futuro, agli amici artisti e alle influenze di stile che, anche se non sempre svelate, perfettamente riconoscibili come quella per la cultura dei nativi americani o per le tecniche coloristiche dei muralisti come David Alfaro Siqueiros.

La pellicola di Harris è un film biografico, autentico come se ne vedono raramente; la regia permette, con semplicità autorevole, alla personalità di Pollock di essere l’unica e sola protagonista, regalando al pubblico la possibilità di conoscere un artista completo e unico. Chi è riuscito a passeggiare tra i suoi capolavori nelle stanze di Palazzo Reale a Milano, durante la retrospettiva a lui dedicata a cavallo tra il 2013 e il 2014, sicuramente riconoscerà al lungometraggio l’affermazione registica che merita.