Diabolik si è fatto desiderare sullo schermo per un anno intero. Annunciato nel 2018, girato nel 2019 e previsto nelle sale cinematografiche il 31 dicembre 2020, il film è stato poi bloccato a causa della seconda ondata di Covid. L’aspettativa dunque è cresciuta ancora.
È cresciuta anche la paura che il Re del Terrore potesse subire una manipolazione eccessiva nella trasposizione allo schermo, tradendo irrimediabilmente i fan e non riuscendo a veicolare appropriatamente il Diabolik delle sorelle Giussani che, insieme a Tex e Dylan Dog, è parte integrante del nostro patrimonio paraletterario: cioè il Fumetto italiano con la F maiuscola.

Per fortuna ci sono Marco e Antonio Manetti, in arte Manetti Bros, i cuori puri del cinema italiano che riescono persino a domare le dinamiche produttive di Rai Cinema, regalandoci un film in cui tuffarci dentro e veder realizzato il sogno del fumettofilo: saltare dentro le pagine e vivere un paio di ore a Clerville, al fianco di Diabolik e Eva.

1 marzo 1963: L’arresto di Diabolik

Il film dei Manetti Bros. trae ispirazione da un momento storico, il primo incontro tra Diabolik e Eva Kant. Raccontato ne L’arresto di Diabolik, il terzo albo della prima serie del fumetto, rappresenta il momento esatto in cui Eva entra nella vita di Diabolik per non uscirne mai più.
Eva è quasi protagonista assoluta, sia nella storia di carta sia nella storia cinematografica perché questo è un momento veramente epocale. Eva Kant è un’eroina fuorilegge che va oltre il femminismo di piazza, è donna di eleganza e libertà che si muove tra gli uomini di potere e dicastero… per pugnalarli.

Quando si incontrano, Diabolik già esiste da due albi trimestrali (Il Re del Terrore, n.1 del 1° novembre 1962, e L’inafferrabile Criminale, n°2 del 1° febbraio 1963), ma la sua identità è ancora inviolata. Diabolik è un criminale affascinantemente glaciale, un antieroe le cui doti straordinarie sono l’immensa scienza e cultura, unitamente al trasformismo istrionico. Non è un privilegiato, ma è un uomo eccezionale che ha devoluto le proprie qualità alla causa individualista: gettare il terrore tra gli aristocratici strappandogli con la forza i simboli del proprio prestigio oligarchico, i gioielli e, qualche volta, anche la vita.

Tutto ciò sta monte di ogni forma di narrazione su Diabolik. Questo è il Diabolik delle sorelle Giussani, ma è anche il Diabolik dei fratelli Manetti. Il film è perfettamente cucito sul fumetto, ma col tratto autoriale di un binomio registico che, ogni volta che esce al cinema, ci fa sentire fieri e divertiti spettatori.

Il Diabolik dei Manetti Bros.: recensione critica

In questo film i Manetti fanno qualcosa di più difficile del solito, ovvero si esprimono attraverso la costruzione visiva di qualcun altro. Infatti le scene del loro Diabolik sono fedeli riproduzioni delle pagine del fumetto, usate praticamente come storyboard. Eppure, che si tratti di un film dei Manetti, è evidente dai primissimi minuti.
Questa specie di paradosso si scioglie godendosi le sequenze del film: se la composizione visiva è copia perfetta del fumetto, la dinamica narrativa è frutto della mediazione dell’occhio che legge il fumetto. Una dinamicità 100% Manetti Bros., ricca del linguaggio proprio del cinema di genere e, in questo caso specifico, di noir.

Marco e Antonio mantengono i personaggi e le ambientazioni praticamente intonse e inviolate, trasponendo sullo schermo tutto quello che Diabolik rappresenta, senza tralasciare il minimo dettaglio. La loro estetica è onnipresente e ci fa avvicinare alla loro profonda poetica cinematografica fatta di inquadrature incisive e stacchi visivi ritmici.
La ricostruzione vintage è (a dire poco) perfetta così come sono perfetti i personaggi. Inutile soffermarsi troppo su chi interpreta Diabolik, Eva e l’Ispettore Ginko (un Valerio Mastrandrea anche lui vintage) perché le immagini promozionali del film sono praticamente ovunque…

Merita però un accenno il lavoro fatto sul personaggio interpretato da Serena Rossi perché fa capire quanto sia armonico il legame tra questo originale film e l’unico e inimitabile Diabolik delle sorelle Giussani. Elisabeth Gay (nel film è, appunto, Serena Rossi) incarna il character flow (cioè il difetto) del Re del Terrore che, come già detto, è l’antieroe per cui il pubblico fa e farà sempre il tifo. Se accostiamo Diabolik ai delitti che commette, ne viene fuori un personaggio con una profonda etica antiborghese. Se però lo accostiamo alla sua relazione con Elisabeth, ne viene fuori un uomo profondamente immorale. Elisabeth è una donna succube di Diabolik che la usa a suo piacimento per preservare la sua identità.
Nel film dei Manetti la caratterizzazione di Serena Rossi è totalizzante: ne sentiamo ogni emozione, ogni timore e ogni tremore, perfetta nell’urlo iconico del suo personaggio. L’attenzione estrema e meticolosa a un carattere apparentemente secondario, ma chiave per le sorti narrative dell’intera saga di Diabolik, dimostra quanto sia grande il lavoro svolto per la realizzazione del film.

Se proprio volessimo trovare un difetto al Diabolik cinematografico dei Manetti Bros., bisognerebbe specificare che Eva Kent ha un po’ troppe inquadrature rispetto a Diabolik, e un po’ troppa poca classe. Nonostante il gran lavoro di dressing-up, make-up e il quintale di ciglia finte –la stessa Eva dei primi albi avrebbe potuto far fallire la Astorina per l’inchiostro necessario a stampare le sue ciglia–, Miriam Leone è un’Eva Kant lavoratissima in ogni gesto e espressione, ma troppo ingessata per stare vicino all’agile Luca Marinelli/Diabolik. Le stesse battute non sono sempre in stile Kant, dunque raffinate, lapidarie e intellettualmente nobili. Tornando ai valori che muovono i personaggi originali, le battute di questa Eva con l’ombra della ricrescita castana sono più vicine al femminismo di piazza da cui la vera Eva Kant è abissalmente distante nei fumetti.

Produzione e registi si fanno però perdonare il piccolo neo –percettibile sono al fandom più accanito– con un altro elemento che contribuisce a rendere indimenticabile il film: le musiche. La colonna sonora è un velluto di seta che arreda le sequenze. Composte da Pivio e Aldo De Scanzi –habitué dei Manetti– con due brani di Manuel Agnelli, le musiche richiamano persino i languori furibondamente poetici di Luigi Tenco, allacciandosi a quell’individualismo proprio del personaggio originale di Diabolik.

Concludendo, questo prodotto cinematografico è intimamente nostrano, anche se strizza l’occhio alla moda internazionale fatta di film tratti dai fumetti.
Il 2021 è un anno di cinecomic. Ma andare a vedere Diabolik dei Manetti Bros. è un gesto sovversivo verso quel cinema mainstream fatto di Spiderman e multiversi commerciali che ormai non hanno più niente di paraletteratura. È un gesto d’amore verso il Cinema e verso l’Italia del buon cinema fatto con spontaneità e sentimento popolare. È quasi un incensurato gesto… d’Anarchia!

Diabolik dei Manetti Bros. : trailer

Diabolik il Film (2021) – Character Video Diabolik