Uno dei difetti più grossi del cinema americano del nuovo millennio è senza ombra di dubbio l’incapacità di evolversi, di riabbracciare una dimensione umana della settima arte, di sperimentare e rinnovarsi per uscire da un circolo vizioso fatto di prodotti per il grande pubblico in cui lo sguardo verso il mondo e la profondità dei personaggi sono assolutamente accantonati in favore di effetti speciali, banalità e superficialità.
Il pubblico Under 25 (la base del mercato americano) secondo i produttori non merita di meglio. Per fortuna esiste anche il cinema coreano, che si è dimostrato in grado di rinnovare quasi ogni genere cinematografico. Parasite è solo la punta dell’iceberg della new-wave asiatica, infatti quest’anno è uscito Alive di Cho Il-hyung, uno zombie-movie creativo, dal profondo messaggio politico e sociale, che, attraverso l’odissea di un ragazzo qualsiasi, esalta la dimensione survival classica, per donare alla narrazione la portata di un dramma universale, come era stato fatto in 28 giorni dopo di Danny Boyle.

L’immediata reazione da parte di Hollywood è stata quella di farci un remake. Puro, semplice, identico, o meglio quasi identico, perché Alone, presentato al Trieste Science + Fiction Festival 2020, diretto da Johnny Martin e scritto da quel Matt Naylor che creò il webtoon originale, è solo la brutta copia sbiadita del piccolo capolavoro coreano.

Il protagonista è il belloccio e un po’ stralunato Aidan (Tyler Posey), che una bella mattina scopre che il mondo là fuori è impazzito a causa di un virus che trasforma le persone in zombie cannibali. Mentre all’esterno i media lentamente si spengono, l’acqua smette di venire erogata e orde di zombie predatori si scagliano contro ogni forma di vita. Aidan cercherà di far sopravvivere la sua anima ed il suo corpo tra le mura di casa, di trovare una via di fuga, fino a scoprire che non è solo e che c’è ancora un barlume di speranza.
Alone, rispetto ad Alive, paga intanto una fotografia molto scadente, quasi da fiction televisiva e una regia troppo scolastica, incapace sia di donarci uno sguardo veramente intimo, sia di sposare l’universale. Johnny Martin rinuncia ad andare oltre un punto di vista personale ristretto e limitato, che soffoca il film, lo rende tedioso e non connesso a quel messaggio globale che Cho Il-hyung era riuscito a rendere così diretto. 


Di certo la location unica non aiuta, con un appartamento così anonimo, i suoi cortili chiusi e limitati, che portano a concentrarsi esclusivamente sul protagonista, tagliando fuori il resto, ad eccezione di pochi inserti, senza mai riuscire a spaventare, atterrire o impressionare sul serio.
Più di tutto, Alone è privo del messaggio sociale, politico ed antropologico di Alive o del cinema coreano sci-fi/horror in generale, che ha ripreso i temi dell’alienazione, della solitudine e dell’omologazione delle masse, connettendolo alla nuova dimensione virtuale fatta di social, videogames, chat e blog.

Alone riesce solo ad offrire un protagonista che ha il volto da rocker universitario. Il film ci prova, ma non convince a causa di una regia che sposa toni troppo leggeri e superficiali, infatti rifiuta ogni reale immersione e tensione drammatica, si affida sostanzialmente a zombie (tra i peggio concepiti e realizzati che si siano mai visti da molto tempo a questa parte) per turbare lo spettatore.

Fatto ancor più grave, Alone spreca un mega-pezzo da 90 come Donald Sutherland in un monologo-incontro con il protagonista che è tra le sequenze più noiose e peggio dirette del genere negli ultimi anni.

Alone è un inutile tentativo di replicare un’opera ingegnosa e genuina senza aver presente (ed è una sorpresa vista la presenza di Naylor) che non basta fare un copia incolla nel cinema, ma bisogna anche mettere un po’ di cuore, di idee, di anima nelle cose. Altrimenti il risultato finale è quello visto in questi 92 minuti: una noia che ha il volto di deja vu che si accalcano l’uno sull’altro senza mai sorprendere, divertire o cambiare la loro prevedibile traiettoria.
E dire che di elementi da recuperare, tra The Walking Dead, World War Z, Patient Zero e Redcon-1 ve n’erano tanti, infinite fonti di ispirazione da usare per generare un film che riuscisse se non altro ad essere meno monocorde, ma ormai si sa: la creatività non è più di casa nella terra dei sogni.