Robert Shafran, David Kellman ed Eddy Gallan: tre nomi per tre gemelli. Il motivo di questa diversità rappresenta il “cruccio” principale di Three Identical Strangers. Il documentario di Tim Wardle intende far luce sugli aspetti più intimi e controversi di una separazione forzata, attraverso l’uso di interviste, sequenze di repertorio e ricostruzioni fittizie di eventi realmente accaduti.
Il punto di forza di Three Identical Strangers è la capacità di muoversi nei meandri del racconto scegliendo di volta in volta registri completamente diversi l’uno dall’altro, ma adatti al tipo di materiale affrontato. Se la prima parte dell’opera si distingue per i toni tipici della commedia, in linea con gli sviluppi di un’improvvisa reunion famigliare ad alto tasso emozionale, la seconda deve abbandonare la leggerezza dello sguardo per concentrarsi invece sugli aspetti più gravosi di un’inchiesta ai limiti del plausibile.
Three Identical Strangers è una fiaba che diventa puro orrore, la cupa realtà che supera l’immaginazione. Wardle evita ogni sensazionalismo riuscendo a conferire lo stesso peso specifico a ogni aspetto, dal più goliardico al più oscuro. La storia “larger than life” potrebbe perdere la propria forza dopo la prima visione, ma le riflessioni sul rapporto tra uomo e natura, tra patrimonio genetico e ambiente circostante sono destinate a durare nel tempo.

