“Sai perché questo è il mio albero preferito? Perché anche se capovolto continua a crescere”, dice la piccola Moonee (Brooklyn Prince) alla compagna di giochi Jancey (Valeria Cotto). Il regista Sean Baker racchiude in questo frangente l’essenza di Un Sogno Chiamato Florida, inno alla gioia di vivere in barba alle imposizioni dall’alto. Con naturalezza e sensibilità, l’autore di Tangerine e Starlet delinea i tratti robusti di figure costrette a guardare il mondo dal basso.

Può essere allettante paragonare Un Sogno Chiamato Florida a Spring Breakers – Una Vacanza da Sballo, Kids o Gummo, le pellicole di Harmony Korine in cui il disagio generazionale trascina i personaggi a un passo dal baratro, ma lo stile di Baker evita qualsiasi morbosità e crudeltà anche di fronte al peggio. Con la macchina da presa più o meno ad altezza bambino, il regista solleva il mento e scava tra le pareti viola pastello del Magic Hotel per portare alla luce la miseria della periferia americana.
Il contrasto tra le fiabesche architetture suburbane e il desolato paesaggio bucolico intorno ai residence segna il punto di forza di Un Sogno Chiamato Florida. Gli interpreti della combriccola, assieme a Vinaite e Dafoe, incarnano in maniera convincente il desiderio di evadere dalla monotonia, ma la ripetitività in sceneggiatura di alcuni “siparietti” dal tono minimalista rischia di essere il tallone d’Achille di un’opera che denuncia la fine dell’american dream a due passi dal Walt Disney World.