Sulla mia pelle di Alessio Cremonini apre la sezione Orizzonti della settacinquesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Il film è la ricostruzione scarna, ma piuttosto puntuale dell’ultima settimana di Stefano Cucchi, della sua agonia fino al decesso e di come la vita dei suoi familiari sia stata sconvolta e stravolta dall’accaduto.

Sulla mia Pelle evita di addentrarsi nelle polemiche e nei processi sul caso per concentrarsi sulla sofferenza di Stefano Cucchi e sulla sua incapacità e impossibilità di difendersi. Cremonini sceglie per la messa in scena un piglio quasi documentaristico, basato su riprese con macchina a mano e incentrato su primi piani e su particolari. Le immagini diventano potenti e cinematografiche grazie alla scelta accurata delle inquadrature e impattano visivamente soprattutto con la gelida fotografia di Matteo Cocco che punge l’animo dello spettatore, contribuendo ad accentuare la grevità della vicenda e a far risaltare i segni di abuso su Stefano che esplodono come violente macchie di colore.
Nelle sequenze in prigione e in ospedale, dove si palesa la paura e la diffidenza di Stefano nel raccontare la verità su cosa è avvenuto, scompare quasi totalmente il contesto umano: i detenuti, i medici, gli infermieri e le forze dell’ordine diventano mere espressioni incredule, gesti e dettagli che rimarcano l’attenzione sulle ecchimosi del volto e del corpo di Stefano.
Il film di Cremonini ci restituisce Stefano Cucchi schiacciato dai pregiudizi della società, già condannato prima di tutto da sé stesso che vuole evitare di esporsi perchè nel profondo della sua anima crede di non aver ancora espiato la colpa della tossicodipendenza.
Sulla mia pelle è un film di finzione che non vuole impietosire né tantomeno giudicare, ma semplicemente raccontare con con la franchezza del cinema di vocazione sociale una vicenda di cronaca senza i sensazionalismi della TV.