La 21esima edizione del Biografilm di Bologna ospiterà il film 100 litri di birra del regista finlandese Teemu Nikki.
Si tratta di una commedia pungente, grottesca, in grado di far emergere tutte le difficoltà sociali legate al problema dell’alcolismo in Finlandia.

Sinossi
Taina e Pirkko due sorelle specializzate nella produzione di sahti (una birra casalinga tipica della Finlandia) ne promettono cento litri alla sorella minore Päivi per il suo matrimonio. A causa della dipendenza dall’alcol, dopo averli prodotti, se li bevono tutti e inizia una disperata ricerca per cancellare l’errore tra una situazione familiare complicata da traumi mai superati, dipendenze, relazioni difficili e la sorte avversa.
Il sapore amaro della tradizione: Teemu Nikki ci racconta la sua ultima opera
Com’è venuta l’idea di questo film?
Sono vent’anni che volevo fare un film su questo villaggio, Sysmä, però mi mancava la storia giusta da raccontare. Credo che l’idea mi sia venuta mentre stavo girando La morte è un problema dei vivi. Io di solito scrivo di getto le sceneggiature, invece qui mi risultava più complicato. Poi sono andato a vedere a teatro una performance di due attrici che interpretavano due ubriacone per un’ora e mezza e ho riso come un matto. Lì mi sono detto che le volevo come protagoniste nel mio film, nonostante all’inizio pensassi a due uomini come protagonisti. Una volta individuate loro, è stato semplicissimo scrivere la storia.
C’è una scena del film a cui si sente particolarmente legato dal punto di vista emotivo? Se sì, quale e cosa la rende così speciale per te?
È una domanda molto difficile perché è un film molto personale. Come dicevo prima, l’ho girato nel paese dove sono nato. Una delle location è la mia casa di infanzia. Nel film ci sono i miei fratelli, le mie sorelle, mio padre e ci sono delle scene che sono successe davvero, come quella in cui stanno per annegare, ma riescono a salvarsi grazie al barile di birra.
Ci sono molte scene che amo. Se dovessi sceglierne una in particolare, forse quella che preferisco è quella della prima litigata tra le due sorelle, dove iniziano a trapelare i loro segreti. Si passa dalla commedia al pianto. Quando l’ho girata non ero convinto di come sarebbe venuta, ma nel momento in cui hanno interpretato la scena, sono state talmente incredibili che c’era tutta la troupe in silenzio a guardare, ascoltando. Era tutto a ruota libera e ha funzionato magnificamente.
Come si è avvicinato al cinema?
Ho una storia cinematografica particolare. Sono figlio di allevatori che vivevano in mezzo al bosco. Non c’era assolutamente un cinema, però avevamo un lettore di videocassette. Negli anni Ottanta, durante la mia infanzia, ricordo di aver visto molti film in videocassetta. Poi mia madre, ad un certo punto, ha noleggiato una videocamera e ho cominciato a fare le prime riprese in famiglia. Negli anni Novanta facevo i montaggi con due videoregistratori VHS da una parte e dall’altra. Iniziando così, mi sono reso conto che non fosse poi impossibile. Diciamo che da quel momento, ho cominciato a fare tutti i mestieri del cinema: non avendo ricevuto una formazione specifica, mi sono formato sul campo. Poi sono passato a fare le pubblicità, poi i corti, il primo film e una serie, e così via. Diciamo che a sedici anni avevo capito chi volessi diventare e mi ero dato dieci anni, ne sono poi passati venti, ma ce l’ho fatta. Ho trovato la mia strada.
Vorrei aggiungere, che amo molto i film horror e da ragazzo mi piaceva vedere molto i film italiani degli anni Settanta, Ottanta come quelli di Dario Argento.
Ho notato che nella sua filmografia sono presenti dei riferimenti agli immaginari dei film western, penso ad esempio ai duelli con la roulette russa ne La morte è un problema dei vivi, o ai paesaggi di 100 litri di birra. Riguardo questo volevo chiederle se effettivamente usasse i western nei suoi film e perché.
Dall’inizio, in effetti, volevo fare un western riprendendo Sysmä, da cui provengo ma da cui non vivo più da trent’anni. Avevo un po’ un’immagine romantica e cinematografica di questo paesino: c’è ancora un Saloon, si va in giro con la Mercedes da un posto a un altro. Quindi visivamente è estremamente western. Poi nel film ho utilizzato volutamente un formato extra wild in particolare, che si usava proprio nei western classici, i colori sono quelli dei vecchi film. Questo è stato assolutamente voluto. Detto questo, io non sono un estremo fan dei film western, però ci sono certi film come Il buono, il brutto e il cattivo che ho visto da ragazzo e le immagini mi sono rimaste impresse da sempre. Tuttavia, non volevo assolutamente copiarlo.
In quale categoria di genere inserisce i suoi film?
Naturalmente amo il cinema, i generi, ma mi piace mischiare. Se dovessi categorizzare i miei film, li inserirei nella mia cartella personale. Mi piace molto sorprendere lo spettatore e quindi passare da un momento comico a un momento drammatico. Nel film 100 litri di birra ad esempio, ci sono pezzi comici in cui si ride, ma anche altri in cui si piange. Per questo film, come negli altri, mi è sempre stato molto difficile indirizzarli precisamente, per questo parlo di “mio genere personale”.
Questo mix di generi e quindi di toni, di cui lei parla sembra molto ben bilanciato. Nessuno infatti, sembra prevalere sull’altro. Come ha fatto a realizzare questo equilibrio?
Sinceramente non lo so. Per me la cosa più importante sono gli attori e come riesco a lavorare con loro. La cosa fondamentale è che siano in grado di seguirmi, nel cambiamento di genere per esempio. Se riesco a trovare degli attori che riescano a darmi delle performance credibili in queste variazioni, allora credo di poter riuscire a fare dalla cosa più pazza alla cosa più drammatica, grazie a loro.
Nei tuoi film sono spesso presenti le coppie, è un caso?
Penso rappresentino le due parti di me, l’angelo e il diavolo che ho da una parte e dall’altra. Metto in scena le due parti di me. È molto facile farlo perché in fondo “me la canto e me la suono da solo“.
Pensa che i temi trattati nel film 100 litri di birra, possano avere eco al di fuori della Finlandia?
C’è un modo di dire che il locale è globale. Ero preoccupato del fatto che questo film fosse estremamente Finlandese, e che quindi non potesse avere un messaggio più vasto. In realtà, poi mi sono accorto che ci sono temi universali, come il rapporto tra sorelle. I legami familiari sono difficili, c’è sempre qualcosa che si vuole nascondere e che viene fuori. In generale, cerco di fare film che parlino sugli esseri umani, non importa se italiani, finlandesi, inglesi, ecc.
Quando abbiamo presentato il film alla 19esima edizione del Festival di Roma mi ha contattato lo sceneggiatore Dennis Lehane, che ha lavorato per The Wire, Shutter Island, Mystic river, e mi ha detto che voleva fare un remake del film negli Stati Uniti. Aveva perfettamente capito i personaggi: li amava, ma allo stesso tempo era felice di non essere lì con loro. Così mi sono reso conto che il film fosse diventato davvero universale.