Al di là delle nuvole: il cinema dell’invisibile secondo Antonioni e Wenders
Linda Parente
Un viaggio poetico tra amore, memoria e silenzio nell’ultima grande opera di Michelangelo Antonioni
È al buio che la realtà si illumina, è nel silenzio che arrivano le voci da fuori
John Malkovich
Al di là delle nuvole è un’opera del 1995 diretta da due grandi cineasti, Michelangelo Antonioni e Wim Wenders. Più che una pellicola, è un’esperienza cinematografica che si basa più sulle sensazioni che sulle parole.
E’ una riflessione sull’amore, sul desiderio e sulla solitudine nello stile onirico e poetico caratteristico di Antonioni. Visivamente ipnotico, è un’opera che si addentra nei territori del sogno e della memoria, lasciando allo spettatore l’interpretazione del suo profondo significato.
La trama si ispira a un libro dello stesso Antonioni, Quel bowling sul Tevere, e la sceneggiatura è firmata dai due registi con Tonino Guerra, già assiduo collaboratore del maestro italiano. Alla stesura del copione hanno collaborato anche Francesco Marcucci (non accreditato) per i dialoghi e Soheil Godsy per l’adattamento alla lingua francese. Nella versione originale non doppiata si parlano tre lingue: italiano, inglese e francese.
Al di là delle nuvole è il penultimo film di Antonioni. Tornò dietro la macchina da presa dopo un ictus che lo colpì nel 1983 e, proprio per questo, le società di produzione erano preoccupate per il suo stato di salute. Pretesero, così, che sul set ci fosse un regista pronto a intervenire in caso di necessità. Su indicazioni dello stesso Antonioni venne scelto Wim Wenders.
A lui fu affidato il compito di girare il prologo, due brevi intervalli e l’epilogo. Fanny Ardant, Chiara Caselli, Irene Jacob, John Malkovich, Sophie Marceau, Vincent Perez, Jean Reno, Kim Rossi Stuart, Ines Sastre e Peter Weller ne costituirono il ricco cast, insieme alla partecipazione straordinaria di Marcello Mastroianni e Jeanne Moreau.
Al di là delle nuvole: trama
Il film è suddiviso in quattro episodi, ciascuno dei quali racconta una storia d’amore incompiuta o impossibile in quattro città diverse, due italiane e due francesi. Al centro delle narrazioni c’è un regista, interpretato da John Malkovich, che osserva e riflette sulle vite delle persone che incontra. Insegue vicende immaginarie e ricordi del suo passato, fedelmente accompagnato dalla sua macchina fotografica. Gli episodi si concentrano su personaggi che cercano di connettersi emotivamente con gli altri, ma finiscono per essere ostacolati da incomprensioni, insicurezze o circostanze.
Il primo episodio: Cronaca di un amore mai esistito
è ambientato a Ferrara, città natale di Antonioni. Mostra l’amore condiviso e mai consumato di due giovani interpretati da Kim Rossi Stuart e Ines Sastre. Sullo sfondo di una città grigia intrisa di mistero, nasce una relazione fatta di sguardi e silenzi, una tensione che non riesce mai a risolversi in un incontro fisico. Il ragazzo non è in grado di concretizzare il suo desiderio, perché per lui la rinuncia a vivere la passione è un piacere più potente dell’appagamento sessuale in sè.
Il secondo episodio: La ragazza, il delitto
Tappa a Portofino. Il protagonista è lo stesso regista/narratore (John Malkovich) che conosce un’affascinante ragazza (Sophie Marceau). Gli confessa di aver ucciso suo padre con molte coltellate, ma la verità su questa faccenda resta ambigua. Il mistero non impedisce ai due, comunque, di vivere una forte relazione fisica ed emotiva. Anzi, l’ombra del crimine intensifica l’impeto del loro breve e potente incontro, fatto di carnale passione sullo sfondo del mare d’inverno campano. Piccola curiosità: in questo segmento compare in un breve cameo Enrica, la moglie di Antonioni.
Il terzo episodio: Non mi cercare
Mostra un insolito menage à trois tra Patricia (Fanny Ardant), suo marito (Peter Weller) e Carlo (Jean Reno) a Parigi. Una giovane e bella donna di origine italiana (Chiara Caselli) avvicina un uomo affascinante (Weller) al tavolo di un locale parlando di anima. I due iniziano una relazione clandestina. La moglie Patricia lo mette alle strette intimando di scegliere tra lei e l’altra donna. Scaltro, l’uomo mente a entrambe e riesce a calmare le loro sfuriate portandole a letto. Ma alla fine, la moglie lo lascia e va via di casa. Si trasferisce in un appartamento affittato da una donna che ha abbandonato il marito per andare a vivere con il suo amante. A sorpresa, in quelle nuove mura incontra il marito della donna fedifraga, Carlo (Reno). I due iniziano a loro volta una relazione.
INTERMEZZO
Il regista (Malkovich) arriva ad Aix-en-Provence. Un pittore (Marcello Mastroianni) si trova su una collina a dipingere. Alle sue spalle Jeanne Moreau commenta con ironia il suo lavoro. Il quadro riprende un famoso Cézanne con aggiunta di fabbriche: il tocco di modernità del pittore. I due hanno una conversazione sull’arte, in cui il personaggio interpretato da Mastroianni sostiene che quando si realizzano delle copie d’autore si ha la possibilità di ripetere l’atto di quell’artista, e forse anche di ritrovare, magari per caso, i gesti esatti.
Il quarto episodio: Questo corpo di fango
è ambientato in Provenza. Un ragazzo (Vincent Perez) s’innamora di una giovane donna (Irene Jacob) devota alla fede in Dio. Lui la segue. Attende che lei partecipi alla Santa messa per accompagnarla a casa. Sotto la pioggia, i due si confrontano sull’amore casto e quello carnale, terreno. Il ragazzo le dichiara invano il proprio amore. Lei, sulla porta, gli comunica che il giorno successivo entrerà in convento. Il loro è un amore impossibile. Platonico.
EPILOGO
Anche il regista è sotto la pioggia. Rientra in albergo raccontando quanto sia duro il lavoro del cineasta e raccontare storie e vite di altri.
Al di là delle nuvole: la critica
Al di là delle nuvole ha diviso la critica. Alcuni lo hanno elogiato come un’opera visivamente splendida e profondamente filosofica, capace di catturare l’essenza del cinema d’autore. Altri lo hanno trovato eccessivamente astratto e privo di una narrazione solida. La mancanza di un filo conduttore narrativo può renderlo difficile da apprezzare per chi preferisce un cinema più tradizionale, ma per i seguaci di Antonioni, è una conferma del suo approccio unico alla rappresentazione del mondo interiore dei personaggi. C’è da dire, comunque, che la scrittura di Tonino Guerra non è brillante come al solito, soprattutto per quanto riguarda i dialoghi.
Tematiche e stile: il dialogo tra Antonioni e Wenders
Sono stato coinvolto nella preproduzione, ma arrivato il momento di girare ho fatto solo da voce: la voce di Antonioni. Più o meno un assistente che parlava per il regista: è stata un’esperienza incredibile. Non ho girato neanche un’inquadratura: Antonioni otteneva tutto quello che voleva esattamente come lo desiderava. Il patto con i produttori era che se Michelangelo avesse terminato il film, io avrei creato una cornice. Ma i quattro episodi di Antonioni non avevano bisogno di me
Wim Wenders
Pur essendo un film tipicamente antonioniano nel suo approccio all’alienazione e alla difficoltà di comunicare, si percepisce l’influenza di Wim Wenders. E’ evidente nella cura per i paesaggi e nell’uso della fotografia, con immagini suggestive che accompagnano il viaggio interiore dei protagonisti. Inoltre, la sua poetica spicca nei suggestivi ritagli che ha scritto personalmente e che elevano ancora di più il film.
Per quanto riguardaAntonioni, la sua macchina da presa si concentra più sugli sguardi e sui silenzi. Questi sono i veri elementi predominanti. Il ritmo lento invita lo spettatore a riflettere sulle sfumature emotive dei personaggi invece che sulla trama vera e propria. E, grazie a un cast internazionale di questo calibro, le interpretazioni intense e misurate di grandi attori tengono magneticamente incollati allo schermo.
Ma sono anche le ambientazioni che risultano essere protagoniste dei racconti. Il merito di un’atmosfera onirica e fuori dal tempo è sicuramente del direttore della fotografia Alfio Contini. Grazie a un uso poetico della luce e dei colori, enfatizza l’atmosfera eterea e sospesa del film. Il suo lavoro è stato sugellato dalla vittoria di un David di Donatello. Con un Nastro d’Argento, invece, venne premiato Lucio Dalla per la migliore colonna sonora. Una nota di merito va assolutamente fatta a questo grande artista che miscela musica classica agli U2 creando un soundtrack notevole e insolita per un film d’Antonioni.
Antonioni e la fotografia: osservare il mondo per raccontarlo
Io dormirei con la macchina da presa a fianco, per documentare ciò che avviene mentre sono assente, nel sonno: e anche cosa succede a me
Michelangelo Antonioni
Vivere è osservare per il regista di Ferrara. La prova di questo suo modus vivendi sono i personaggi delle sue opere, costantemente impegnati nella scoperta della visione. In Blow-Up(1966) il protagonista è un fotografo che con la sua macchina cattura qualcosa che non doveva vedere e con gli zoom monta delle sequenze di realtà; in Professione: reporter (1975) racconta il dramma di un reporter che non può raccontare la realtà; in Identificazione di una donna(1982) e Al di là delle nuvole (1995) ci sono proprio dei registi in scena. Questi personaggi rispecchiano Antonioni stesso e il suo approccio non solo al mondo del cinema, ma a quello della vita stessa.
In Al di là delle nuvole, Antonioni per la prima volta spezza l’oggettività. Il regista interpretato da Malkovich è lui. Attraverso le sue azioni e la voce fuori campo, espone tutto il suo pensiero sul cinema. Parecchie delle frasi che fanno da passaggio e collante ai vari episodi, sono davvero delle perle. Altre meno, risultano confuse e slegate tra loro. Ma il messaggio è chiaro: è solo osservando la realtà che nascono le idee e il silenzio e il buio aiutano quando bisogna trovarne una nuova.
In questo penultimo lavoro di Antonioni è evidente il legame tra fotografo e regista. Malkovich è sempre munito di una delle migliori fotocamere di quel periodo, una Contax G-1 a telemetro. E’ un professionista, non un semplice voyeur o amatore. Durante Al di là delle nuvole, scatta continuamente fotografie dei luoghi in cui immagina storie possibili. Non a caso il film inizia con la rivelazione di aver scoperto la realtà solo nel momento in cui ha iniziato a fotografarla. E questa è la frase che racchiude, più di ogni altra, il pensiero di Antonioni.
Il significato del titolo Al di là delle nuvole
Ero venuto in quel posto a cercare un personaggio e ho trovato una storia. E adesso questa storia non mi lascia pensare ad altro, neanche alla mia
il regista (John Malkovich)
Il film si apre con un interno di un aereo che fende le nuvole. I titoli di testa scorrono su un color blu cielo. Al di là di quelle nuvole potrebbe esserci il sereno. Oppure no. Non ci è dato scoprire la verità assoluta, anche perché non c’è nulla più irrazionale della vita stessa. Le relazioni umani, l’attrazione…sono avvolte nel mistero. Il titolo del penultimo film di Antonionirisulta essere, dunque, molto spirituale, oltre che poetico.
L’amore a volte è solo un incontro di sguardi; altre volte carnale passione; altre volte ancora resta platonico. Nonostante la presenza maliziosa (ma non troppo) di corpi nudi giovani e belli, la grazia fa da padrone in questa pellicola. Quella grazia che guida la macchina da presa di Wenders e Antonioni e che porta lo spettatore lontano dallo spazio e dal tempo. Proprio al di là delle nuvole.