Dimenticate i nonsense, le inquietudini, gli sconvolgimenti, le sorprese: Alice attraverso lo specchio, nuova fatica targata Disney in sala dal 25 maggio, è un film d’avventura di puro intrattenimento che ha ben poco da spartire con il suo equivalente letterario. Certo, sono romanzi difficili da adattare: Alice nel paese delle meraviglie e il suo seguito Attraverso lo specchio, scritti dall’inglese Lewis Carroll tra il 1865 e il 1871. 
Nel suo Alice in Wonderland del 2010, Tim Burton aveva optato per una lettura più adulta, trasformando Alice in una ragazza sulla soglia dell’età adulta che non vuole cedere alla vita imposta dalla società vittoriana alle donne. Una scelta non del tutto risolta, ma che donava al film una sua ragione d’essere. Proprio questo manca invece nel seguito Attraverso lo specchio, diretto da James Bobin, già regista del revival cinematografico del Muppet. Scritto come il precedente da Linda Woolverton, il film prende poco più del titolo dal romanzo di Carroll per sviluppare una storia che prende il via da un pretesto esile come un castello di carte. Alice (Mia Wasikowska) torna nel Paese delle Meraviglie per aiutare il Cappellaio Matto (un Johnny Depp tutto occhi spalancati che se la cava col mestiere) a scoprire cosa è capitato tanti anni fa alla sua famiglia. Per farlo Alice dovrà recarsi dal Tempo (un ironico Sacha Baron Cohen) e sottargli la cronosfera, magico oggetto in grado di portarla nel passato.
Accanto alla riflessione sul tempo e il suo trascorrere, che si riduce a qualche freddura e alla finale rivelazione “non si può cambiare il passato ma bisogna vivere appieno il presente” (non proprio una sorpresa da togliere il fiato) si sviluppa, poco in verità, la cornice della Alice adulta nell’Inghilterra del suo tempo, alle prese con il maschilismo e con la sua (storicamente improbabile) rivalsa protofemminista per diventare capitano di vascello. Questa seconda tematica non sembra avere molto in comune con la prima, e pare messa lì più per creare un legame, fittizio, con il film di Burton che non per reale necessità. Per il resto il film accumula accadimenti, scenette, scontri in direzione dell’inevitabile lieto fine, dando l’impressione di camminare lungo una via lineare come un’autostrada, con un paesaggio bello ma sempre uguale, dove il regista si limita a dirigere il traffico al minimo sindacale, senza un punto di vista personale o un’idea registica. Non bastano gli effetti speciali sovrabbondanti, il cast stellare (oltre alle reduci dell’altro film Anne Hathaway e Helena Bonham Carter si aggiungono il già citato Cohen e Rhys Ifans come padre del Cappellaio) a nascondere una certa noia e inconsistenza di fondo. Sarà per questo che quando sul finale Alice dice al Cappellaio: “Credo che non ci rivedremo più”, le sue parole generano nello spettatore più speranza che commozione.