Perché un ex pugile messicano lascia moglie e figlia per vivere in Scandinavia? È il quesito a cui il regista di Bayoneta, Kyzza Terrazas, cerca di fornire una risposta instaurando una relazione biunivoca tra il presente in sviluppo e il misterioso passato di Miguel (Luis Gerardo Méndez), aka Bayoneta. Se la diegesi del racconto sembra procedere per sottrazione, i continui flashback instillati col contagocce nel corso della narrazione contribuiscono al lento riaffiorare di un trauma personale.
Terrazas sceglie la Finlandia come luogo speculare di una coscienza lacerata nel profondo, sfruttando riflessi e chiaroscuri offerti da un territorio urbano e da un paesaggio rurale in cui temperature rigide e buio sempiterno la fanno da padrone. Tale condizione viene accentuata dai tagli netti del montaggio, una scelta che amplifica inoltre il disagio provato da Bayoneta nel confrontarsi con tutto e tutti, diviso tra sofferenza e velata rassegnazione.
Terrazas muove la macchina da presa mostrando la predilezione per sequenze tutt’altro che cinetiche e offre uno sguardo interessato più al dramma che all’azione, nonostante l’agilità di Bayoneta. Manca quindi la capacità di unire i due tratti principali del genere d’appartenenza, fusione realizzata invece ad hoc dal recente A Prayer Before Dawn, in cui il dolore del protagonista viene incanalato in uno sport dalle regole ferree. Non è necessario spostarsi da una periferia all’altra del globo per conferire pathos alla trama: basterebbe solo un colpo ben sferrato.

