“Qualcosa è nascosto. Vai a cercarlo. Cerca al di là delle vette. Qualcosa è stato perso al di là delle vette. È stato perso e ti aspetta. Vai!”.
Sulle parole di L’esploratore di Kipling si apre il viaggio di Civiltà perduta di James Gray, passato all’ultima Berlinale e presentato in anteprima nazionale al Biografilm 2017. Il film, sceneggiato dal regista partendo da un romanzo di David Grann, racconta la storia vera di Percy Fawcett, militare inglese che all’inizio del ‘900 venne inviato dalla Società Geografica di Sua Maestà insieme al naturalista Corbin (Robert Pattinson) a mappare i confini tra la Bolivia e il Brasile. Risalendo fino alla foce del Rio Verde si convincerà che in quella parte di giungla sconosciuta all’uomo bianco si nascondano i resti di una antica civiltà sconosciuta (The lost City of Z del titolo originale). A quest’idea egli dedicherà la sua intera vita, trascurando famiglia e affetti e lottando contro l’incomprensione del mondo accademico.

Il film segue i tre viaggi esplorativi compiuti da Fawcett tra il 1905 e i 1925 (nella realtà furono molti di più), interrotti da quel grande, drammatico punto di non ritorno che fu la Prima Guerra Mondiale. Ad incarnarne lo spirito del protagonista è un Charlie Hunnam (visto recentemente in King Arthur) magnetico, di rigorosa, composta potenza. Un uomo spinto a riabilitare il nome della sua famiglia da un sistema classista come quello britannico in cui ad ogni passo gli si ricordano le colpe di un padre innominabile. Il suo desiderio di rivalsa si trasformerà in un’incontenibile volontà di scoperta, vissuta in un mondo in cui c’è sempre meno da scoprire e in cui l’ultima possibilità di gloria militare è affidata a una guerra sporca e feroce che spazzerà via tutta l’aura romantica dei conflitti ottocenteschi.
Una grande avventura, una riflessione sui rapporti di classe, una trasfigurazione metafisica e filosofica del desiderio di conoscenza e un kolossal biografico di classica bellezza estetica: Civiltà perduta riesce a essere tutto questo. Con qualche eccesso e semplificazione, ma anche con una potenza che trascina e coinvolge nell’impossibile ricerca del protagonista. Una lotta quasi folle contro qualcosa che non vuole esser scoperto, che non ci viene mai mostrato, che non si riesce a raggiungere anche quando sembra ormai tanto vicino da poter essere toccato.
A lei è riservata l’ultima inquadratura di Civiltà perduta. Un finale aperto che chiude però perfettamente un film in cui la ricerca e la speranza, e non il raggiungimento dell’obiettivo, sono i veri motori della storia. La volontà che spinge Fawcett a difendere e a portare avanti ad ogni costo la sua convinzione non è tanto una scelta quanto una forza incontrollabile, un destino più grande e più potente di lui dal quale nessun esploratore (di qualsiasi tipo e in qualsiasi tempo) può sottrarsi.