Lo spazio domestico ridotto a segno grafico diventa esperimento morale
Ci sono due modalità attraverso cui (solitamente) si realizza un “film teatrale”: letteralmente, riprendendo uno spettacolo dal vivo, oppure costruendo una messa in scena cinematografica che conserva elementi tipici del teatro, come l’unità spaziale, i pochi movimenti di macchina e un profilmico assunto come un proscenio.
Poi c’è Lars von Trier che, con il suo Dogville, realizza un film visivamente radicale in cui cinema e teatro (quello avanguardista) vengono posti in una tensione strutturale funzionale allo straniamento brechtiano piuttosto che alla classica immedesimazione filmica.
La trama di Dogville

La divisione in nove capitoli, scandita da un narratore onnisciente, richiama solo in apparenza una classicità teatrale. Infatti, l’ordinarietà dell’arrivo di una forestiera in un villaggio (Nicole Kidman negli anni più straordinari della sua carriera) viene ripetutamente sconvolta dalle richieste dei compaesani.
Questi, sfruttando la necessità di Grace di nascondersi da un pericoloso gangster nel loro paese, arrivano a fare delle richieste (o per meglio dire dei ricatti) sempre più sadici, riducendo ben presto la ragazza in una sorta di schiavitù.
Una tabula rasa beckettiana
Ma il cortocircuito non avviene a livello tematico (pur conoscendo l’estremismo del cinema di von Trier), bensì quando questo si mette in rapporto con il piano formale. In Dogville, non a caso, l’autore non aggredisce solamente lo spettatore con la brutalità della storia narrata, aggredisce anche la realtà stessa, riducendola a brandelli in una scenografia di pura astrazione.
Le linee tracciate su uno spazio nero non solo rimandano al teatro di Samuel Beckett e, più genericamente, ad alcune pratiche del teatro d’avanguardia del secondo Novecento, ma sono funzionali a non limitare mai lo sguardo dello spettatore il quale, in tal modo, assume un occhio onnisciente che per lo più impedisce ogni immedesimazione empatica.
Schermare la brutalità umana
Le violenze subite dalla protagonista così si radicalizzano, creando uno straniante cortocircuito tra l’assenza di superfici che schermino le nefandezze degli abitanti e l’incapacità di questi ultimi (asimmetrica rispetto alla nostra) di vedere ciò che sta accadendo nella casa accanto. La contraddittorietà spaziale sembra allora suggerire una sistematicità accettata (che diventerà sempre più esplicita) nel soggiogare Grace.
Il luogo scenico diviene dunque rivelatore, assumendo l’aspetto metafisico di uno spazio nichilista in cui vigono imperanti e solo fintamente occultati l’egoismo, l’opportunismo, l’ipocrisia e la violenza umana. E in tal senso il finale è il colpo di coda decisivo: quando la vittima si rivela a sua volta essere un carnefice (con probabili gusti sadomasochisti), Lars von Trier assesta l’ultimo schiaffo a un’umanità ritratta in tutta la sua miseria morale.
Dogville, nella sua impossibilità di non vedere come fosse una cura Ludovico, costruisce così una società in miniatura, un diorama in cui condividiamo il ruolo da demiurgo con il regista, il quale ci impone un atto interpretativo. Vedere ogni cosa (oggi più che mai) implica sempre l’assunzione delle proprie responsabilità rispetto all’oggetto della visione.
FAQ su Dogville
Fino a che età è vietato Dogville?
Dogville è vietato ai minori di quattordici anni.
Chi sono gli attori del film?
Accanto a Nicole Kidman, recitano molti celebri attori tra cui Paul Bettany, Stellan Skarsgård, Chloë Sevigny e Udo Kier.
Qual è il finale di Dogville?
Grace si scopre essere la figlia del capo dei malavitosi da cui fuggiva e chiede a quest’ultimo di uccidere tutti gli abitanti del villaggio.