Cabiria magazine

Il cinepanettone diventa videoclip: “Settimana Bianca” e l’estetica di un vuoto condiviso

Il ritorno di un immaginario

Un archivio visivo sotto la neve

Nel dicembre del 2018, quando ormai il cinepanettone sembrava un reperto polveroso di un’Italia televisiva e sfrontata, Il Pagante pubblica Settimana Bianca.
Il videoclip, accolto come un’operazione ironica e festosa, riporta in vita con sorprendente precisione l’immaginario visivo di Vacanze di Natale, il film di Carlo Vanzina che nel 1983 aveva dato forma a una nuova liturgia natalizia.

Non si tratta di un’imitazione occasionale né di una semplice nostalgia per la musica degli anni Ottanta. È un gesto consapevole: una citazione estetica che prende la montagna innevata, gli chalet di legno, le piste da sci e li restituisce al presente come se fossero frammenti di un mito collettivo.

Courmayeur come teatro della memoria

Courmayeur, più che una località, diventa qui un archivio visivo. Lo sguardo della camera indugia su dettagli che appartengono ormai a una memoria comune: gli occhiali specchiati, le tute pastello, i balli da après-ski, il sorriso levigato di chi è in vacanza e non ha niente da dire, ma molto da mostrare (tette rifatte comprese).

È un teatro di gesti codificati, una geografia del benessere aspirazionale che aveva trovato nei cinepanettoni il proprio linguaggio naturale. Settimana Bianca li evoca con cura quasi filologica, ma con un distacco che tradisce l’operazione culturale sottesa: questa non è più vita rappresentata, ma un segno da riutilizzare.

Kitsch, ironia e maschere

L’estetica del vintage

L’ironia attraversa ogni fotogramma. Gli interpreti indossano i costumi con la leggerezza di chi sa di recitare in una commedia secondaria, consapevoli della goffaggine dei personaggi che imitano. Non cercano di rivivere l’epoca, ma di giocarci come con un oggetto vintage, lucido e inoffensivo.

Il kitsch diventa consapevole, quasi orgoglioso. I cliché — il fighetto, la bionda da pista, il coatto da settimana bianca — non sono più figure narrative, ma maschere rituali, ripetute come si ripete una barzelletta che tutti conoscono e a cui, nonostante tutto, si ride ancora.

La musica come ponte tra due tempi

Dal pop anni Ottanta alla dance contemporanea

La musica contribuisce in modo determinante a questa sensazione di sospensione tra passato e presente. La base dance moderna ingloba frammenti sonori che richiamano la stagione italo-disco, la stessa che accompagnava le piste innevate dei primi anni Ottanta.

In questo senso, la canzone funziona come ponte temporale: non commenta le immagini, le genera. Dove il cinepanettone usava brani pop per suggerire atmosfera, qui è la musica a plasmare il paesaggio visivo, ribaltando il rapporto tra immagine e colonna sonora.

Il cinepanettone come lessico

Un’estetica trasformata in segno

Il risultato è un oggetto culturale curioso: un videoclip che parla la lingua del cinema popolare italiano, che cita i suoi luoghi e le sue pose, ma che lo fa da un altrove temporale, trasformando l’estetica in puro segno.

Il cinepanettone, così, non è più cinema, ma lessico: un insieme di codici iconografici pronti a essere riciclati, remixati, svuotati della loro funzione narrativa e caricati di nostalgia.

La fragilità culturale del fenomeno

Un’estetica senza profondità

Ed è proprio qui che l’operazione de Il Pagante rivela anche la fragilità culturale del fenomeno che omaggia. Se i cinepanettoni hanno prodotto un’estetica riconoscibile — e innegabilmente potente nella sua capacità di penetrare l’immaginario collettivo — lo hanno fatto costruendo un universo narrativo povero, meccanico, spesso disinteressato a qualsiasi forma di profondità.

La loro forza, a ben vedere, è sempre stata nella superficie: lustrini, luoghi, volti e musiche capaci di catturare un’idea di festa, non di raccontarla. Settimana Bianca non fa che riprendere quella superficie, trattandola con la tenerezza e la leggerezza con cui si osserva un vecchio spot pubblicitario. Ma ciò che rimane, al di là del sorriso, è il vuoto che questa superficie lascia dietro di sé.

Un’estetica che resiste perché non pesa

L’eredità leggera del cinepanettone

Il videoclip, nella sua perfezione pop, mette a nudo l’essenza del cinepanettone: un dispositivo estetico privo di sostanza, capace di sopravvivere solo come citazione. Courmayeur, la neve, gli sci e il vin brulé diventano così non più segni di un racconto, ma reliquie di un immaginario condiviso, archivi di un consumo culturale che non ha mai voluto essere altro.

È un’operazione intelligente, persino raffinata, ma che allo stesso tempo denuncia, senza volerlo, la pochezza culturale del fenomeno da cui trae linfa. Un’estetica che resiste, sì, ma solo perché non pesa.

Videoclip

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