Cabiria magazine

M – Il figlio del secolo: a Venezia lezione di fascismo dal duce

Chiunque sa che un buon insegnante è capace di fare la differenza nella formazione tanto dello studente più diligente, quanto di quello più distratto. Per questo, nella classe dell’ 81. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, a narrare quell’osceno ventennio che è stato quello fascista, vi è una figura d’eccezione: Benito Amilcare Andrea Mussolini. Con la serie tv M – Il figlio del secolo (su Sky Atlantic nel 2025), infatti, il regista Joe Wright fa salire in cattedra il dittatore nostrano per narrare quell’amore, terminato tragicamente ma, come ricorda lo stesso, mai finito (e dunque mai redento), con il popolo italiano.

Tratta dall’omonimo Premio Strega (parte di una trilogia) di Antonio Scurati, M – Il figlio del secolo segue l’ascesa di Mussolini (interpretato da Luca Marinelli in un’ennesima conferma del suo strepitoso talento) dalla fondazione dei Fasci di Combattimento fino al vertice del governo, per poi sovvertirne ogni ordine e instaurare la dittatura.

Sfondando la quarta parete con la sfrontatezza di Fleabag e il penetrante acume di Frank Underwood, il duce rivela i suoi personalissimi pensieri e progetti per la sua creatura, il fascismo, commentando le alterne vicende che faranno la storia dell’Italia.

Come l’arte futurista, anche la serie travolge lo spettatore con una rapidità e velocità di montaggio inaspettata che amplifica e riproduce con rinnovato brio la struttura letteraria impostata da Scurati nel romanzo.

Non-fiction novel fondato sulla giustapposizione di materiali eterogenei (articoli di giornale, lettere e discorsi reali nascosti tra quelli fittizi), M – Il figlio del secolo è trasposto sul piccolo schermo accentuando ancora di più se possibile quella stratificazione polimorfica, in continua tensione tra passato e presente: a una fotografia storica color seppia si contrappone una colonna sonora elettronica febbricitante, scene d’archivio vengono inframmezzate da altre girate in bianco e nero con il linguaggio filmico degli anni Venti (l’uso dell’iride come transizione, ad esempio), la Storia (con la S maiuscola) viene spesso chiamata direttamente in causa dal protagonista e, a volte, si fa addirittura sostanza sullo sfondo di scene dall’atmosfera metafisica.

Nel modernizzare stilisticamente il fascismo, astraendo il suo padre fondatore fino a porlo fuori dai confini storici, Joe Wright non cerca di riprodurre fedelmente (e banalmente) dei fatti reali, bensì riesce a condensare l’essenza di quel movimento che, facendo tristemente scuola, ha gettato nella dittatura gran parte del mondo nella prima metà del Novecento. Come monito per ogni estremismo Mussolini stesso mostra l’ipocrisia, il fiuto opportunistico della sua ascesa, ma anche la capacità predatoria di intercettare quella paura, quella debolezza e quell’ignoranza bisognosa di uomini forti con cui il dittatore ha saputo costruire un regime di brutalità animale.

Vero mattatore capace di reggere una tale, complessa costruzione è Luca Marinelli (attorniato da ottime performance, su tutti Francesco Russo, ma anche qualcun’altra molto meno riuscita, Zurzolo) il quale, mediante un’interpretazione trasformativa della voce, dei gesti e della postura, con un po’ di arditezza critica potrebbe essere paragonata alle magistrali recitazioni dei grandi cattivi della storia della televisione, quali quelle di James Gandolfini e Bryan Cranston.

Nonostante il rischio di ammantare la figura del duce di una grande fascinazione grazie alla splendida recitazione del suo protagonista e a una sceneggiatura eccellente (che rallenta leggermente solo nelle ultime puntate), M – Il figlio del secolo denuda tutta la viltà camuffata da forza del fascismo con un linguaggio nuovo, e mai così graffiante, che si imporrà certamente nella prossima stagione televisiva.

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