Cabiria magazine

Phantosmia di Lav Diaz: nella bellezza il dramma

La fantosmia è quel fenomeno che si verifica a seguito di un trauma, che porta a disturbi olfattivi, in seguito ai quali si tende a sentire un odore immaginario persistente. Di fantosmia, dunque, soffre anche il protagonista del lungometraggio Phantosmia, appunto, presentato fuori concorso all’81° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, nonché ultima fatica del celebre regista filippino Lav Diaz, già vincitore del Leone d’Oro nel 2016 per The Woman who left.

Monumentale, immersivo, magnetico, Phantosmia ci racconta, dunque, la storia del militare in pensione Hilarion Zabala, il quale, proprio in seguito a questo suo disturbo, viene mandato dal suo medico/psichiatra presso la remota colonia penale di Pulo, dove aveva lavorato molti anni addietro, al fine di curare traumi del passato mai risolti. In questa colonia vivono numerosi altri personaggi di cui seguiremo man mano le vicende, ognuno con un proprio dramma personale, chi vittima, chi carnefice all’interno di un sistema malato in cui la violenza è praticamente all’ordine del giorno.

Ed è proprio una brutale violenza, in Phantosmia, a contrastare fortemente con la location scelta dal regista: un luogo quasi sospeso nel tempo, completamente immerso nella natura e sulle sponde di un corso d’acqua. Un luogo in cui una tranquillità quasi sacrale può essere “disturbata” soltanto dal violento e prepotente essere umano. Già, perché, di fatto, come spesso accade nella sua vasta filmografia, anche nel presente Phantosmia ci troviamo di fronte a immagini di pura bellezza all’interno delle quali si verificano i più agghiaccianti episodi di violenza.

La macchina da presa del regista è costantemente statica. Un contrastato bianco e nero ci accompagna durante tutta la visione. I tempi sono volutamente dilatati, al fine di permettere a un ruvido realismo di manifestarsi sul grande schermo in tutta la sua potenza e in una delle sue forme più pure. Ma mentre assistiamo ai dialoghi tra i personaggi o a momenti di semplice contemplazione, ecco che la sensazione che qualcosa di terribile potrebbe accadere da un momento all’altro fa da protagonista assoluta. Ma questo, d’altronde, è uno dei marchi di fabbrica del cinema di Lav Diaz, salito alle luci della ribalta a livello internazionale soltanto molti anni dopo l’inizio della sua carriera.

Solito realizzare lungometraggi di lunghissima durata (le circa quattro ore di Phantosmia sono per lui quasi un’eccezione), Lav Diaz fa, così, in modo che lo spettatore diventi quasi un tutt’uno con la storia messa in scena, che si senta immediatamente parte di quel mondo apparentemente così lontano, ma a noi molto più vicino di quanto possa inizialmente sembrare.

Questo, dunque, è il caso anche di questo suo ultimo lungometraggio, in cui anche noi proviamo una sensazione di sorda rabbia nel momento in cui vediamo la giovane Reyna costretta a prostituirsi dalla sua matrigna, in cui anche noi coviamo un profondo desiderio di vendetta nei confronti di un sadico ufficiale, in cui anche noi non vediamo l’ora che possa finalmente arrivare la tanto agognata “liberazione”.

Sebbene in Phantosmia sia, paradossalmente, proprio il protagonista a funzionare meno in confronto agli altri personaggi, possiamo comunque affermare che anche questa volta Lav Diaz è riuscito a cogliere nel segno, regalandoci una vera e propria esperienza visiva che ricorderemo ancora per molto e molto tempo.

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