Cabiria magazine

Superman secondo Gunn: essere umani, prima che essere super

Dettagli assenti da tempo nei cinecomics hollywoodiani, ma che si possono vedere in Superman: qualche (sparuto) fiotto di sangue, atti di crudeltà, baci passionali che vadano oltre quello concesso alle principesse Disney, selfie sexy, alcuni personaggi femminili carismatici capaci di trovare una loro dimensione anche senza ricorrere alla saccenteria o far sfoggio dei propri poteri in isolate sequenze superficialmente “girl power”.

In arrivo nei cinema il 9 luglio, il Superman scritto e diretto da James Gunn già da questa premessa sembra poter dare nuovo respiro non solo all’universo filmico DC (in rilancio proprio sotto la produzione del regista e di Peter Safran), ma si spera anche al sottogenere supereroistico che persino nelle sue conformazioni autoriflessive e distopiche sembra sempre più asfittico.

La storia è arcinota e, rispettando la scelta di Gunn, non necessita di ulteriori menzioni: basti sapere che la Terra del nuovo corso dei DC Studios non è ignara della presenza di meta-umani e Superman è semplicemente uno di questi. Mentre conduce la sua vita in incognito come Clark Kent (David Corenswet), giornalista del Daily Planet affiancato dalla sua amata Lois Lane (Rachel Brosnahan) e dall’amico Jimmy Olsen (Skyler Gisondo), il magnate Lex Luthor (Nicholas Hoult) cerca di catturarlo e distruggerne l’opinione pubblica.

Riuscito nel suo intento, Clark sarà ostracizzato dalla Justice Gang (farsesca compagine di supereroi in stile Gunn), dai concittadini e dal governo degli Stati Uniti d’America, intanto che nuovi quesiti sul suo passato e l’impossibilità di agire secondo la propria etica lo logorano.

James Gunn, non ripudiando una buona dose d’azione (come al suo solito messa in scena eccellentemente seppur con alcune sequenze dagli effetti speciali eccessivamente posticci), filma un racconto incentrato sui personaggi (con un cast eccezionale che certamente rimarrà iconico negli anni a venire) e sui loro rapporti, prima ancora che sui loro superpoteri.

Fra questi spicca per inaudita efferatezza Lex Luthor, un villain che si muove tra subdole macchinazioni (anche) geopolitiche le quali, forse fin troppo esplicitamente ma in maniera quantomai necessaria, chiamano in causa criticamente quelle omologhe e aberranti della realtà. Milionario delle Big Tech alla Musk e spregiudicatezza politica alla Trump (paradossalmente con una presenza molta meno carnevalesca rispetto ai due), Lex si fa portatore di problematiche istanze assolutamente contemporanee, su tutti quella della xenofobia, alle quali si contrappone come succube un Superman mai tanto fragile, vulnerabile fisicamente, ma anche e soprattutto emotivamente.

Un Superman che è, ma ancor prima desidera essere, umano, contraddicendo persino l’affascinante riflessione tarantiniana di Kill Bill. Quello interpretato da David Corenswet, infatti, è un Clark Kent davvero cresciuto nei fienili del Kansas, in una cameretta ascoltando adolescenziale punk-rock, che non “si sveglia al mattino come Superman” per vestire poi i panni del timido umano, ma che fin dalle prime ore dell’alba vuole essere solamente accettato nella comunità alla quale si offre ripetutamente in soccorso.

“Cervello batte muscoli” si ribattono Superman e Lex e James Gunn lo fa proprio, mettendo in scena un film che dopo troppe sterili scazzottate in calzamaglia riesce a riportare l’archetipo del supereroe alla sua vera essenza. Trovando una propria freschezza grazie al consueto pizzico di anarchia Troma e a una narrazione abbastanza originale, Superman è finalmente un’opera cinematografica, prima che un cinecomic.

Exit mobile version