«Sfortunato quel paese che ha bisogno di eroi», perché dove si lavora con impegno e professionalità non c’è bisogno di simboli da seguire o bandiere con cui identificarsi. Basterebbe questa battuta del Galileo di Brecht a ricordarci che gli eroi non esistono, che gli uomini qualunque sanno compiere, grazie al loro mestiere, miracoli anche più straordinari delle grandi imprese che hanno segnato la storia. A parte di una cospicua schiera di soldati e condottieri incensati per amor patrio, la cinematografia hollywoodiana – come la società che l’ha fatta nascere – ha sempre avuto un debole per gli everymen alle prese con situazioni eccezionali. Appagano quel bisogno di “umanità” che la cultura individualistica mortifica, perché nel quotidiano ci si sente schiavi dell’interesse, del denaro, dell’apparenza, dei poteri forti, e si riesce a essere “umani” soltanto quando si compiono gesti impossibili. Nella tragedia viene fuori l’eroe, colui che soffre ma non perde il controllo, che supera con coraggio e capacità di discernimento gli ostacoli più invincibili, spesso in condizioni tali da poter contare soltanto su se stesso.

Comincia qui il rovescio della storia, quello che ha convinto l’infaticabile Clint Eastwood a tornare sul set dopo il discusso American Sniper. Allora, la semplicità ideologica del cecchino Chris Kyle, che sapeva di meritare l’investitura di eroe perché credeva nel mestiere della guerra e nel male necessario, riusciva svuotata da ogni spacconeria grazie all’asciuttezza espositiva del ritratto offerto dal regista. In Sully Eastwood persegue la stessa sobrietà narrativa, ma descrive la claustrofobia di emozioni di un eroe differente, ordinario, umile, che crede nell’onestà del proprio lavoro ma sceglie la vita anziché la morte. Tra udienze federali, stress post-traumatico e pressione mediatica, Sully (Tom Hanks) e il suo vice (Aaron Eckhart) rischiano di finire stritolati da un impianto accusatorio cavilloso che preferisce negare l’esemplarità dell’impresa – in nome di protocolli, simulazioni, statistiche – piuttosto che ammettere l’inevitabilità dell’ammarraggio.
Nell’assumere la fisionomia chiaroscurale di Sully, Tom Hanks è perfetto: in cabina di pilotaggio, riesce a incarnarne la risolutezza d’animo, la competenza, almeno quanto il senso di smarrimento che prova a terra, sovraesposto all’invadenza dei media che non risparmia nemmeno la moglie (Laura Linney) e le figlie. Il merito va anche a Eckhart, abile nell’arginare con ironia il rischio di un’inevitabile deriva retorica. È chiaro, però, che quella di Sully è una battaglia personale, la lotta di un “piccolo uomo” destabilizzato dal destino che insorge in difesa della propria onestà granitica, scontrandosi contro lo scetticismo dei superiori. In questo, l’eco di certi eroi middle-class del cinema classico – uno su tutti, James Stewart – si fa sentire tutto, specialmente quando Sully difende in aula la decisione che l’ha reso eroe suo malgrado: avrebbe dovuto seguire gli ordini dei controllori di volo, ma non l’ha fatto, perché sapeva che atterrando fra i grattacieli di Manhattan qualcuno li avrebbe visti. Sapeva che ce l’avrebbero fatta. E se l’impressione iniziale è che Eastwood voglia aggiungere un altro pezzo alla sua collezione di eroi impagliati senza macchia, l’apologia dell’uomo solo contro tutti si trasforma invece in un’ammissione di “umanità” che sovverte qualunque giudizio: non di uno, ma di ogni singola persona coinvolta nell’incidente – dall’equipaggio ai soccorritori fino agli stessi passeggeri – è la responsabilità del miracolo. Senza il loro “normale” eroismo, il finale sarebbe stato un altro.