Lara Croft non è più una ricca ereditiera un po’ viziata, prosperosa, fin troppo sicura di sé e con sempre la soluzione pronta per ogni ostacolo che le si pone davanti. Oggi Lara è una ragazza minuta, che non vuole accettare la scomparsa del padre avvenuta sette anni prima e per questo non vive dell’eredità che le spetterebbe di diritto ma preferisce arrangiarsi, vivere alla giornata e avere debiti da pagare. Lara Croft non è più Angelina Jolie, ma è Alicia Vikander.

La sopravvivenza dalla propria famiglia, da ciò che ne resta, dall’isola misteriosa che come nella controparte “game” inghiotte Lara facendola prepotentemente confrontare con i propri limiti. A quale scopo? Alla ricerca della verità, alla ricerca del proprio padre, alla ricerca di un’antica leggenda e di antichi manufatti perduti, alla ricerca di una fonte di guadagno redditizia. Tutto volto a far diventare Lara Croft l’archeologa che tutti conosciamo: un percorso di formazione inserito in una sorta di prequel che non è propriamente tale e forse funziona proprio per questo.
In questo Tomb Raider Lara non è sola contro il mondo, anche se risulta l’unica protagonista proprio come nel videogioco, e nessun altro personaggio conta davvero – nonostante il casting abbia coinvolto nomi come Dominic West, Kristin Scott Thomas e Walton Goggins. La Lara della Vikander è circondata da un “team” ma soprattutto affiancata dalla figura paterna, così come Harrison Ford ne Indiana Jones e l’Ultima Crociata, a cui questo film deve molto.
La regia del norvegese Roar Uthaug è tanto anonima quanto votata al rendere quasi al meglio l’aspetto più propriamente videoludico della pellicola, strutturando le sequenze sull’isola in un continuo arrampicarsi, camminare a filo di roccia, calarsi giù in un anfratto e così via. I fan del videogioco si potranno sentire soddisfatti da quest’aspetto, così come dall’ordine classico ma sempreverde delle sequenze che hanno fatto la fortuna dell’originale Tomb Raider. Dall’ambientazione cittadina-metropolitana-moderna si passa al mezzo di trasporto – in questo caso una barca, ovviamente nel cosiddetto Mare del Diavolo – per approdare infine a quella esotica dell’antica isola inabitata e dimenticata da Dio e dagli uomini, e infine al ritorno a casa. Ma è proprio nella sequenza pre-finale della corsa per uscire in tempo dalle rovine prima che crolli tutto addosso, che lo spettatore può immedesimarsi maggiormente nel videogamer che è in lui e in Lara stessa.