Presentati in anteprima, durante la settantaquattresima edizione della mostra del cinema di Venezia, i primi due episodi di Suburra, serie marchiata Netflix che segna l’esordio produttivo in Italia del colosso dello streaming. Le dieci puntate previste vedranno alternarsi Michele Placido, Andrea Molaioli e Giuseppe Capotondi alla regia.

Ambientate nella capitale, le vicende si dipanano tra i quartieri alti di Roma, toccano il Vaticano dopo un veloce passaggio nei salotti della politica romana e, passando per le periferie più degradate, arrivano fino al litorale di Ostia.
Gli episodi di apertura ricalcano quasi fedelmente la prima parte del film, distaccandosi solo per la fotografia più presente e carica e per scelte di regia più adatte ad uno schermo diverso da quello cinema.
Una colonna sonora fatta quasi esclusivamente da suoni sintetici rimbomba nelle orecchie dello spettatore e lo prepara troppo ad esplosioni di violenza esagerata che non shoccano perché già viste e metabolizzate su schermi di ogni dimensione.
Tutto in Suburra viene esagerato al massimo senza però lasciare il segno. La recitazione dei bravi Giacomo Ferrara (Spadino) e Alessandro Borghi (Aureliano “numero 8”) è piacevole e non caricaturale nonostante i due attori si debbano cimentare con battute scontatissime e frettolose, davvero simili a quelle di un Sylvester Stallone o di un Arnold Schwarzenegger dell’action anni ’80 e ’90. Queste poco felici scelte di sceneggiatura, unite ad un montaggio privo di efficace ritmo rendono il tutto un po’ finto.
Netflix esordisce senza osare in una produzione tricolore imboccando un sentiero comodo e già battuto con successo da altri che porterà sicuramente molte visualizzazioni, ma la paura di sbagliare fa rimanere la serie bloccata, ancorata a prodotti già esistenti nel nostro mercato senza uguagliare o almeno avvicinarsi alla loro qualità.