La meta-testualità, che sia al cinema o in tv, se scevra di autocompiacimento, ha l’effetto più bello del mondo: avvicinare immediatamente lo spettatore a ciò che sta vedendo sullo schermo, come se lo riguardasse in prima persona. E’ proprio ciò che fa Gianni GiPi Pacinotti con Il ragazzo più felice del mondo, il suo quarto lavoro cinematografico, presentato nella sezione Sconfini alla settantacinquesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
GiPi, noto fumettista, insieme agli amici di una vita Gero e Davide, si imbarca in una missione quasi impossibile: rintracciare un suo grande fan, che quando era studente liceale vent’anni prima, gli aveva scritto per ricevere un suo disegno. Questo poiché scopre, per puro caso, che non è l’unico illustratore a cui il ragazzo aveva mandato una lettera cartacea scritta a mano nel corso del tempo. Coinvolge allora i due amici – e un operatore di cui continua a dimenticarsi il nome – nel realizzare un documentario che porti alla scoperta dell’identità di questo fantomatico fan. Sarà davvero un ragazzo oggi cresciuto o si fingeva tale all’epoca? Vuole scovarlo non per screditarlo, ma per fargli passare la giornata più bella del mondo: portare con un pullman da lui tutti i fumettisti a cui ha scritto negli anni per fargli raccogliere tutti gli sketch che aveva chiesto.

A loro si aggiungerà Francesco, un amico di Davide che sorride fin troppo. Per aumentare il mix di (finto) cinema del reale e meta-cinema della realizzazione del documentario, ci saranno anche i camei di Domenico Procacci, produttore del film, alcuni dei fumettisti coinvolti nel mistero e due attrici molto note al pubblico.
Il viaggio che intraprendono i tre è ovviamente tanto fisico quanto metaforico, con il climax tutto costruito sulla risoluzione del mistero dell’identità del fan e sull’importanza dell’amicizia. Ma qual è il messaggio più importante per GiPi? Raccontare una storia, proprio come si intitola uno dei suoi fumetti, e capire fino a dove si è disposti ad arrivare pur di poterlo fare. GiPi permette allo spettatore di entrare nel suo intimo, più o meno veritiero, cambiando continuamente registro fra recitazione e dialoghi genuini, fra riprese professionali e inquadrature “per caso”.
Estremamente sentimentale e un po’ disordinato nella struttura narrativa e nel ritmo, Il ragazzo più felice del mondo è però una piacevole scoperta in questo Festival di Venezia, un’opera piccola che però fa bene al cuore… e allo storytelling.