Brad Falchuk e Ryan Murphy erano riusciti a sorprendermi ormai quattro anni fa. Com’era sarebbe stato possibile passare da una serie scanzonata come Glee e poi scrivere il monumentale American Horror Story? Eppure lo avevano fatto, con una mossa quasi a sorpresa.
La prima stagione della serie, successivamente sottotitolata Horror House era un compendio di tutti gli stereotipi relativi ai film horror intorno a storie di fantasmi e abitazioni infestate: eccessiva, a tratti quasi parodica, ma scritta in maniera accuratissima e con un cast d’eccezione in cui spiccava Jessica Lange, più in forma che mai. American Horror Story è una serie potenzialmente dotata di grande longevità, grazie alla sua struttura antologica: ogni stagione risulta infatti autoconclusiva e racconta una determinata trama fondata su uno stereotipo sempre diverso della tradizione horror cinematografica che si esaurisce nell’arco di una decina di puntate o poco più; l’unico filo conduttore è la ciclica ricorrenza degli interpreti (a volte con qualche ricambio).

Il tracollo vero e proprio, purtroppo, è arrivato proprio con la quarta stagione, denominata Freakshow: il potenziale sulla carta era enorme, considerando l’ispirazione ad una tematica ricchissima di spunti orripilanti come l’ambiente del circo e dei cosiddetti “fenomeni da baraccone”. Il punto di partenza è ovviamente offerto da Freaks di Tod Browning, horror maledetto degli anni ’30 e vero e proprio capolavoro della cinematografia mondiale. Ma se la materia era tanta e tale da rendere possibile la costruzione di una stagione quanto mai dinamica e inquietante, dov’è il cedimento? La risposta è semplice: i creatori della serie si sono immersi fin troppo nell’idea che American Horror Story dovesse basarsi sugli stilemi e gli stereotipi dell’horror a seconda del filone trattato e hanno accantonato completamente una qualsivoglia coerenza narrativa, edificando la quarta stagione su un’accozzaglia di idee buone, se prese singolarmente, ma incastrate tra loro male e in maniera approssimativa. Il primo errore è stato quello di inserire troppi personaggi le cui story-line vengono seguite spesso a singhiozzi e in maniera poco continuativa, cambiando lo scopo di ciascuno da una puntata all’altra, senza un valido motivo. Il secondo errore si è concretizzato nella volontà di inserire attori di peso, Kathy Bates e Michael Chiklis (già nelle grazie del grande pubblico dai tempi del ruvido e irresistibile The Shield), senza però riuscire a dare spessore ai personaggi da loro interpretati: sebbene la stessa Bates abbia fatto di tutto per immedesimarsi nella granitica donna barbuta ormai in pensione, non ha potuto regalare una performance degna di nota proprio a causa di una sceneggiatura debole e spesso inconcludente. Non esiste un reale filo conduttore, pare quasi che la storia debba prendere una strada differente ogni due puntate, per poi arenarsi, fare retromarcia e incominciare tutto daccapo, come se Falchuk e Murphy avessero avuto l’idea di cumulare spunti su spunti che si esaurissero programmaticamente nel nulla.
A niente è servita la bravura manifesta di Jessica Lange, qui intrappolata in una insoddisfacente parodia dei ruoli precedentemente rivestiti nella serie, ma con in più un raffinato accento tedesco mai tradito e che effettivamente funziona. Discorso analogo anche per la delicata interpretazione di Danny Huston nei panni di Massimo Dolcefino, probabilmente il personaggio che pur comparendo di meno riesce a toccare maggiormente il cuore dello spettatore. In conclusione American Horror Story – Freakshow potrebbe sembrare un disastro su tutta la linea, ma a onor del vero qualche lato positivo ce l’ha, almeno in potenza: le prime quattro puntate non sono da biasimare per ritmo narrativo e per l’idea alla base, inoltre Twisty il Clown è probabilmente uno tra i personaggi più spaventosi mai comparsi in televisione: inquietantissimo e violento al punto da diventare quasi un’icona horror accostabile ai “mostri” di genere comparsi in grandi saghe di successo degli anni ’80 e ’90. Però anche in questo caso il personaggio è stato articolato senza tenere conto di uno sviluppo interno che coprisse l’intera stagione, rendendolo una parentesi quasi inutile ai fini della trama vera e propria. Sostanzialmente Twisty, da spaventoso e istrionico freak assassino, diventa un mero catalizzatore della violenza di un altro personaggio interpretato da Finn Wittrock e scritto in maniera molto meno ispirata e quasi sopra le righe: Dandy mascellone, un po’ Patrick Bateman e un po’ (troppo) Richie Rich. In sostanza è come se scoprissimo che in Nightmare Freddy Kruger è solo un pretesto per mostrare la pericolosità di un altro personaggio carismaticamente inferiore e di cui lo spettatore riesce interessarsi poco. Infine vorrei far notare che gli autori non sono riusciti a distinguere tra una narrazione in stile horror classico e un racconto in cui realismo e sovrannaturale si mescolano in modo poco chiaro e confuso, ma soprattutto in cui ogni personaggio si macchia di atroci delitti senza considerare alcuna conseguenza, usando la violenza come in maniera gratuita e superficiale: quello che manca è la profondità psicologica vera e propria di ciascun carattere portato sullo schermo, cosa che nelle stagioni precedenti sembrava ben chiara e delineata. In poche parole, quello che più lascia allibiti di questo Freakshow è la totale noncuranza con cui omicidi e violenze si accumulano, senza portare a veri risvolti di trama.
Insomma, quarta stagione bocciata e tanta paura per la quinta, American Horror Story Hotel; orfana di Jessica Lange si giocherà sull’improbabile tridente Lady Gaga – Michelle Pfeiffer – Donald Sutherland. Staremo a vedere, con tanta, tantissima inquietudine nel cuore.