Quando si parla di magia, si parla necessariamente di persone con abilità “speciali”, non tanto “estranee” quindi che vengono da fuori ma che si rivelano “diverse” stando in mezzo a noi. Se Stranger Things su Netflix e molti anni prima E.T. e molte altre creature al cinema hanno esplicitato la paura dello straniero, saghe come gli X-Men o Harry Potter hanno invece mostrato il timore che l’uomo prova quando una persona nella comunità prende consapevolezza del proprio reale modo di essere. Il primo istinto dell’umanità, d’altronde, ce lo insegna la storia, è combattere spesso senza motivo ciò che semplicemente non conosce e quindi non riesce a comprendere fino in fondo.
Nel primo film gli Animali Fantastici del titolo venivano utilizzati come capro espiatorio dal Ministero della Magia – incarnato dal personaggio di Colin Farrell, che in seguito si rivela in realtà Grindelwald sotto mentite spoglie. Il Ministero, e quindi il Governo, utilizza le creature che la comunità magica conosce poco e quindi teme (quanta somiglianza con l’istinto primordiale umano e con le teorie cospirazioniste!) per incolparle dei disordini e dei disastri che stanno avvenendo nella New York degli anni ’20. Newt è quindi visto da tutti – la sua famiglia e i suoi compagni a Hogwarts in primis, come si scopre in questo secondo capitolo – come diverso tra i diversi, poiché trova degli amici fidati proprio in queste bizzarre creature e vuole provare a capirle per poterle spiegare al resto della comunità magica. Ne fa addirittura una professione – la magizoologia – e una sorta di missione, con l’obiettivo di scrivere un libro che funga da vademecum per le future generazioni.

“Tu riesci a vedere il bello e ad affezionarti sempre ai mostri, vero?” dice Leta a Newt riferendosi a se stessa. Una frase che riassume perfettamente il concetto di outsider agli occhi degli altri nella propria comunità, magica o babbana che sia. Forse la Rowling con questo prequel vuole insegnare a tutte le generazioni che se fossimo tutti un po’ più noi stessi, senza paura, e lasciassimo che lo fossero anche gli altri, senza giudicare o condannare prima di conoscere, il mondo sarebbe un po’ più vivibile per tutti, anche per i no-mag più duri e puri che non sanno stare al passo coi tempi.