Cabiria magazine

Bugonia di Yorgos Lanthimos: la schizofrenia del contemporaneo

Presentato all’82° Mostra del cinema di Venezia il film di Lanthimos si divede tra film sociale e fantascientifico.

Dalla filmografia di Bong Joon-ho al fenomeno di Squid Game (esempi banali eppur esemplificativi) la dilagante wave di sudcoraneismo (il K-pop insegna non solo cinematografica) ha mostrato alla coscienza sonnecchiante dell’occidente quel ribollire opprimente negli strati di società maggiormente svantaggiati che esplodono psicotici contro quelli più agiati.

La tendenza non sembra aver risparmiato neanche Yorgos Lanthimos che, per la sua nuova pellicola intitolata Bugonia, gira un remake di Save the Green Planet! del coreano Jang Jun-hwan. Il film, in concorso all’82. Mostra del cinema di Venezia, tenterà di replicare quel Leone d’oro che Povere creature! aveva già regalato al regista greco.

Bugonia: trama del film di Lanthimos

Attraverso un lucido montaggio alternato Lanthimos contrappone fin dai primissimi minuti da un lato due giovani complottisti (Jesse Plemons e l’esordiente Aidan Delbis), dall’altro Michelle (una Emma Stone ormai in perfetta sincronia con il regista ed eccezionale quanto gli altri coprotagonisti), la potente e spregiudicata CEO di un’azienda multinazionale.

I due irriducibili poli andranno ben presto a collidere quando i primi decideranno di rapire e torturare la donna credendo che questa sia un’aliena, proveniente da Andromeda, giunta per conquistare subdolamente e ridurre in schiavitù l’umanità.

Bogonia di Yorgos Lamnthimos: umani contro alieni

L’incedere grottesco di Bugonia è quello che riproduce una forbice sociale le cui estremità sono tanto ampie e in tensione da ricongiungersi sì, ma solo dopo una brutale rottura, compiendo il giro seguendo vettori opposti. Così gli ambienti asettici e ipertecnologicamente “alieni” della CEO si schiantano ripetutamente contro quelli quasi organicamente fatiscenti dei due complottisti, fino a giungere nello scantinato, metaforico grembo del pianeta in cui si decideranno (forse) le sue sorti.

L’aderenza all’originale, da cui Lanthimos coglie le acute intuizioni che avevano fatto già dell’opera di Jang Jun-hwan una tagliente critica sulla disuguaglianza sociale e su una classe dirigente che, come alieni, decide senza scrupoli le sorti del popolo, si rivela funzionale non solo per accentuare quelle psicosi che nel 2003 erano ancora minoritarie, ma anche per attualizzare la visione di una società radicalmente più polarizzata (e polarizzante) come quella odierna.

Così, anche la più piccola variazione si rivela gravida di implicazioni per la nostra contemporaneità post-covid, quella dei social network dove la verità sembra non esistere più e poter essere ritrattata e modificata continuamente.

Se il titolo, infatti, rimanda a Virgilio, alle Georgiche e a quella generazione spontanea che sembra essere applicabile anche alle teorie del complotto che quotidianamente nascono e ri-nascono dalle carcasse della realtà, la variazione del sesso dei tre personaggi rispetto all’originale e il conseguente timore dei due nei confronti di Michelle, invece, sottende quella crisi odierna della mascolinità che, non rassegnandosi, cerca ancora subdolamente di ricondurre sotto il proprio giogo la figura femminile (e, se mai ce ne fosse bisogno, un drammatico riscontro sarebbe offerto dalla cronaca con il caso del gruppo Facebook “Mia moglie”).

Con la sua oramai inconfondibile messinscena grottesca Lanthimos riduce al microcosmo dello scantinato tutta la schizofrenia del contemporaneo mantenendo sempre un complesso equilibrio che, ribaltando continuamente la prospettiva tra vittima e carnefice, nega l’empatia sia con i rapitori, sia con la rapita. Dunque Bugonia, ennesima opera di uno degli autori senza dubbio più interessanti della sua generazione, prefigura infine l’impossibilità di qualsiasi futuro per l’umanità (in scala ridotta lo aveva fatto anche in The Lobster e Il sacrificio del cervo sacro), regalandogli però alcune immagini di poetica apocalisse che resteranno certamente impresse in questa edizione del Festival di Venezia.

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